Cara Ale,

tu lo sai io ascolto tanta musica. La ascolto un pò dappertutto e anche sulle varie piattaforme che ormai ci inseguono e a volte sembra ti conoscano meglio di quanto pensiamo. Non di rado mi accade di trovarmi video o foto di qualcosa di attinente a quello di cui magari ho parlato, scritto o semplicemente cercato e così, qualche giorno fa, apparentemente in maniera casuale, mi sono imbattuta  in un video di un gruppo musicale che non conoscevo. In realtà non era un video ma solo l’immagine fissa di una copertina di un vecchio vinile, con i colori un po’ consumati e quell’aria vagamente anni Settanta, forse pure primi anni Ottanta.  Con una grafica che sembrava quindi venire da un’altra epoca, da uno scaffale dimenticato, da una casa piena di dischi, da qualcuno che quel vinile l’aveva comprato, toccato, girato tra le mani. Un album intero. L’ho ascoltato e siccome io di musica, nella vita, ne ho divorata tanta, mi è venuta subito voglia di saperne di più. Di chi era? Di che anno e, soprattutto, che storia aveva quel disco? Così ho cominciato a cercare su internet senza tuttavia  trovare nulla: non una traccia, non un nome, non una scheda, non una data, non una discografia. Come se quell’album fosse apparso dal nulla. Ed era proprio da lì che quell’album infatti arrivava, dal nulla, perché quell’album non esiste. Come non esiste? Non esiste,  è stato creato dall’intelligenza artificiale. Ora, io non voglio sembrare una di quelle persone che alzano il sopracciglio davanti al futuro e rimpiangono il rumore della puntina sul vinile, le cabine telefoniche, le musicassette e anche il gettone, un pò forse è anche vero, ma il punto è un altro. Io non ho un pregiudizio contro l’intelligenza artificiale. Sarebbe ridicolo. Se può aiutare la medicina, la ricerca, lo studio, la vita concreta delle persone, ben venga. Se può diventare uno strumento nelle mani dell’uomo, uno strumento serio, utile, intelligente, io non sono certo qui a fare la guerra alle macchine e al progresso. Però lì si parlava di musica. E la musica, per me, è un’altra faccenda. La musica non è mai stata soltanto un insieme di note, non è solo una voce intonata, una batteria al punto giusto, una chitarra messa dove deve stare, una copertina azzeccata, un’atmosfera credibile. La musica è soprattutto qualcuno. Qualcuno che aveva qualcosa da dire. Qualcuno che non riusciva a dirlo in altro modo. Qualcuno che aveva amato, perso, aspettato, sbagliato, bevuto troppo, dormito poco, preso un treno, lasciato una casa, tenuto una fotografia nel portafoglio, guardato una donna andare via, guardato un uomo non tornare, guardato il soffitto alle tre di notte cercando una frase che non facesse troppo schifo. Poi magari quella frase faceva schifo lo stesso. Però era sua. Era passata da un corpo. Da una vita, da una vera gola, da una mano, da un pomeriggio. Da un dolore vero o da una felicità talmente breve che bisognava metterla subito in musica prima che sparisse. Ecco, forse è questo che mi ha disturbata. Non il fatto che quella musica fosse brutta. Non lo era. Non il fatto che fosse fatta male. Non lo era. Anzi, il problema era proprio quello: sembrava vera. Aveva un suo stile, una sua atmosfera, una specie di passato appiccicato addosso. Sembrava appartenere a un tempo, a un luogo, a una storia. Solo che quella storia non c’era. E allora mi sono chiesta: che cosa sto ascoltando? Una canzone? O l’imitazione perfetta di una canzone? Quando ascolto musica, e forse vale per tutti, ritrovo i ricordi, le persone, gli odori delle stanze, le estati, le partenze, le telefonate, i baci, le figuracce, i ritorni, i mancati ritorni. Una canzone diventa nostra perché incontra qualcosa che stavamo vivendo. Ma ci commuove anche perché immaginiamo che qualcuno, prima di noi, abbia avuto qualcosa dentro abbastanza forte da farla nascere. Una canzone artificiale, invece, può solo imitare tutto questo. Può imitare la malinconia, ma non ha perso nessuno .Può imitare l’amore, ma non ha mai aspettato un messaggio. Può imitare una voce rotta, ma non ha mai pianto prima di cantare. Può imitare perfino quella piccola aria da disco ritrovato in una cantina, tra due scatoloni e un odore di polvere. Ma non ha avuto una cantina. Non ha avuto una madre che urlava dalla cucina. Non ha avuto un amore finito male. Non ha avuto un’estate del 1978. Perfezione, forse è questa la nota stonata. Perché la vita non è perfetta. La voce vera ogni tanto si incrina. Il testo vero ogni tanto inciampa. Il musicista vero ogni tanto esagera, si ripete, si contraddice, si crede un genio anche quando dovrebbe solo andare a dormire. Ma dentro quell’imperfezione c’è una presenza. C’è qualcuno che dice: questa cosa l’ho fatta io, viene da me, nel bene e nel male. E allora mi domando che rapporto avremo, fra qualche anno, con tutto quello che ci verrà presentato come emozione. Sapremo ancora distinguere una voce vera da una voce costruita? Una nostalgia vissuta da una nostalgia fabbricata? Un album nato da una storia da un album nato da un comando? E soprattutto: ci importerà ancora distinguerlo? Potremmo abituarci ad ascoltarle senza più chiederci chi c’è dietro. Anzi, senza più sentire il bisogno che dietro ci sia qualcuno. E questa cosa, a me, dispiace. Mi dispiace, perché io con la musica ci ho fatto pezzi di vita. Ho ascoltato canzoni fino a consumarle, ho cercato titoli, traduzioni, copertine, autori, anni di uscita, versioni live, dischi dimenticati. Ho amato musicisti, le loro cadute, le loro grandezze, le loro miserie.Perché la musica è anche questo: sapere che chi canta non è un’entità sospesa nel nulla, ma una creatura umana, spesso confusa, vanitosa, fragile, ma viva.Viva.Ecco la parola.Io voglio che la musica sia viva.Non necessariamente perfetta.Non necessariamente nuova.Ma viva.Voglio poter pensare che una canzone sia passata attraverso qualcuno prima di arrivare a me.Che abbia raccolto polvere, impronte, errori, sigarette, notti, mani, viaggi, stanze, fallimenti.Voglio poter immaginare il momento in cui è nata.Voglio che ci sia stata una vita da qualche parte.Una vita vera.Non una simulazione “niente male”.Poi, certo, il mondo andrà avanti. Andrà avanti comunque, come ha sempre fatto, anche senza chiedere il mio parere, che peraltro non è assolutamente indispensabile.Arriveranno canzoni artificiali sempre più belle, sempre più credibili, sempre più capaci di sembrare antiche, struggenti, intime, umane?Magari ci cascheremo tutti.Magari ci cascherò anch’io.Magari un giorno mi commuoverò ascoltando una voce che non è mai esistita Però, davanti a quell’album che sembrava venire da un passato e invece non veniva da nessuna parte, io ho sentito una specie di disagio.Come se qualcuno avesse costruito una storia finta e me l’avesse messa davanti dicendomi: vedi? Funziona lo stesso.E no.Per me non funziona proprio lo stesso.Funziona, forse.Ma non è lo stesso.Perché una canzone può anche essere fatta bene. Ma se non ha attraversato nessuno, se non porta addosso nemmeno una piccola cicatrice umana, allora io la ascolto e mi manca qualcosa.Mi manca il prima. Mi manca il corpo. Mi manca la storia. Mi manca quel dettaglio inutile e meraviglioso per cui una canzone non è solo una canzone, ma il punto esatto in cui qualcuno, per un momento, ha vissuto le stesse emozioni che ho vissuto io.

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