Cara Ale,

mi è tornata in mente una ragazza, ed è a lei oggi che voglio scrivere. A quella ragazza di tanti anni fa che a volte mi torna davanti, riflessa nelle vetrine, mentre cammina sicura, quasi spavalda, con quella fiducia un po’ incosciente, e anche innocente, di chi pensa che la vita sia un’avventura meravigliosa. La vedo ancora. Si guarda, forse controlla i capelli, il modo in cui le stanno i jeans, e cammina. Cammina come se davanti avesse tutto il tempo del mondo, tutte le “possibilità ancora possibili”, tutte le strade ancora capaci di portarla da qualche parte. Vorrei fermarla un momento per dirle: ma tu lo sai quanto coraggio hai avuto? Perché forse nessuno glielo ha detto davvero. Forse tutti hanno visto la ragazza allegra, quella che rideva, quella che faceva scelte discutibili, quella che sembrava cavarsela sempre. E quando una sembra cavarsela sempre, gli altri finiscono per credere che non le costi nulla. E invece io so che le costava. Le è costato andare via di casa. Le è costato cambiare città. Le è costato imparare strade nuove, vivere in altre stanze, trascorrere serate in cui non sapeva a chi telefonare. Le è costato portare le sue valigie da sola, facendo finta che non pesassero affatto e  magari ridendo davanti a chi non avrebbe scommesso nulla su di lei, perché ridere era più dignitoso che dire: ho paura.

E allora voglio drglielo adesso, perché per troppo tempo l’ho dimenticato: sei stata coraggiosa. Perché sei andata avanti comunque. Sei stata bella. Non solo perché eri giovane, anche se sì, eri bella anche per quello. Eri bella perché non eri ancora prudente. Eri bella perché ti fidavi ancora, perché pensavi che bastasse essere sincera, generosa, pulita, perché anche gli altri avessero il buon gusto di esserlo con te. E poi hai imparato. Perché certe cose nessuno te le spiega prima, e anche quando te le spiegano, tu pensi sempre che con te sarà diverso. Hai imparato che non tutte le mani che si avvicinano vogliono aiutarti. Che non tutte le persone che ti ascoltano ti stanno davvero comprendendo. Che ci sono promesse che sul momento ti sembrano vere, poi però restano solo parole. Hai imparato che bisogna guardare meglio. Eppure, ragazza mia, tu non eri stupida. Eri solo meravigliosamente viva. Avevi voglia di esserci, di provare, di cambiare strada, di vedere cosa succedeva. Non ti proteggevi prima ancora di cominciare. Non guardavi tutto con sospetto. E forse proprio per questo, qualche volta, ti sei fatta male anche se comunque sei stata anche tanto felice. Hai scoperto che per attraversare la vita a volte bisogna stringere i denti, fare i conti piccoli piccoli seduta a un tavolo, guardare il portafoglio e decidere se pagare una bolletta o fare la spesa. Hai tirato avanti quando sarebbe stato più comodo appoggiarsi a qualcuno, dire non ce la faccio, lasciare che qualcun altro decidesse per te. E invece hai sempre deciso tu. Sempre. Anche quando hai sbagliato. Anche quando hai fatto scelte forti per chi ti stava accanto e che, per quelle tue scelte, inevitabilmente ha sofferto. Non sei stata solo quella che ha avuto paura, quella che ha dovuto cavarsela, quella che ha stretto i denti. Sei stata anche quella che ha ferito, senza volerlo, magari perchè in quel momento non sapeva fare diversamente, magari perchè la tua voglia di andare era più forte della tua capacità di guardare cosa lasciavi dietro. Ti guardo per intero con il coraggio e con i tuoi errori. Con la voglia di essere libera e con il conto che qualche volta hai fatto pagare agli altri mentre sceglievi, cambiavi, rischiavi. Hai preso treni e cambiato case, lavori, strade, lasciando a volte qualcuno a chiedersi perchè. A volte facevi la dura e invece avresti voluto che qualcuno ti fermasse solo per dirti: guarda che non devi dimostrare sempre qualcosa. E oggi, se ti guardo, provo tenerezza, e soprattutto rispetto. Rispetto per chi sei stata. Per tutte le volte in cui hai finto di essere forte mentre tornavi a casa la sera e avevi paura. Per tutte le volte in cui avresti voluto sederti da qualche parte e dire: adesso, per favore, qualcuno mi dica che sto andando bene. Te lo dico io adesso. Stavi andando bene perchè stavi vivendo. Un piede avanti all’altro, senza avere una mappa che ti dicesse: guarda, da questa parte è più facile. E oggi mi commuove questo tuo continuo movimento, avanti comunque. Quella ragazza che si specchiava nelle vetrine non va rimproverata. Non va giudicata oggi che si conosce già il finale. È troppo facile, dopo, dire: lì dovevi capire, lì dovevi fermarti, lì dovevi fidarti meno. Lei era lì, con quella testa, quella paura, quella voglia di vivere e con quel pò che sapeva. Voglio ancora guardarti mentre passi davanti a quella vetrina, giovane, sicura, con i jeans che ti cadono bene, la borsa sulla spalla e tutta quella vita davanti che ancora non sapevi come sarebbe andata. Hai fatto bene a credere. Anche se non tutto è stato all’altezza della tua fiducia. Hai fatto bene a camminare. Hai fatto bene a sognare così tanto.

E tu, ragazza mia, cosa diresti alla donna di oggi? Aspetta a dirlo. Non sono ancora pronta. So che ti ho tradita in qualche modo. So che a un certo punto ho smesso di camminare con la tua stessa fiducia. So che ho dato troppa importanza alla paura. Che mi sono fatta piccola. Che ti ho dimenticata per un po’.

Lasciami il tempo di rimediare. Lasciami il tempo di tornare a prenderti. E solo dopo, quando mi vedrai di nuovo camminare sicura, parla con me.

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