Buongiorno cara Anto. Eccomi qui oggi a scriverti una lettera che avrei voluto scrivere prima, sulla quale avrei certamente dovuto meditare molto di più rispetto all’estemporaneità con la quale la sto oggi affrontando. Una lettera che avevo in mente di scriverti in occasione della triste ricorrenza della morte di mia madre, ricorrenza che, come sai, ha sempre avuto per me una grande importanza. Una necessità, che sì, non aggiunge né toglie nulla agli altri giorni, rispetto a questa mancanza enorme della mia vita, ma che per me è come fare ogni volta un punto, segnare un passo delle tappe del mio cammino. Come fermarmi un’ora a riflettere all’ombra di una grande quercia solitaria, in mezzo alla campagna, e dedicare a questa assenza un pensiero, pur pensandoci ogni giorno.
Cinque anni fa, il diciassette maggio del duemilaventuno, mia madre è morta. La notizia, alle sette di sera, arrivò liberatoria dopo cinque giorni di coma in un ospedale dove, in tempi di covid, nessuno aveva potuto starle vicino, se non da lontano. Due videochiamate al giorno durante le quali un operatore mostrava le sue condizioni e ascoltava quelle cose inconsulte di momenti che non si augurano a nessuno. Ero finalmente riuscita a starle accanto, tre ore prima che morisse. Cosa vuoi che siano tre ore Anto, per salutare una madre che sta per morire… La notizia qualche ora dopo. Ero con mia sorella nella chiesa di San Leonardo, la stessa dove mi sono sposata, dove ho battezzato Giulio. Quella dei momenti felici della mia vita. Eravamo solo noi e Rita, l’amica, tanto amata. Ed era tutto scuro, perché la luce filtrava solo dall’alto, mettendo tutto in penombra.
Fui sollevata di ricevere quella telefonata. Anche la luce mi sembrò piu’ viva guardando in alto. Un senso di liberazione da un’angoscia mortale che nessuna parola può contenere. Sai, in questi anni ci ho provato a parlarne, a scriverne. Ma avverto sempre il limite, il fallimento. Talvolta finanche la rabbia di normalizzare con le parole, mie e degli altri, quel qualcosa di troppo, enorme, forse profondo e sempre comunque sotterrato da ciò che crediamo essere vita e che prende il sopravvento. Quell’insieme di cose, azioni e parole che portiamo avanti con l’abitudine e la ripetitività dei nostri giorni, senza riuscire a realizzare e sostenere la profondità della vera vita. La questione è come al solito assai proustiana (sì, mi nutro delle pagine di Proust che me lo sento entrato fin dentro le mie cellule), sarà forse per questo che spesso avverto una dicotomia tremenda tra quello che io sono tutti i giorni – quello che dico e che faccio – e quello che sento. Miseria della terra, vastità del cielo.
Ma non voglio divagare oggi. Voglio solo fare il mio punto, la mia sosta sotto quella quercia in aperta campagna che, sì, forse è anche questo misurarsi con pensieri di questo tipo e che ieri, diciasette maggio duemilaventisei, è stato di sicuro l’attimo di forte commozione che ho vissuto mentre camminavo con le cuffie e una musica di sottofondo. Una di quelle che fai ripartire in loop, a ripetizione: la colonna sonora del film visto la sera prima, guarda caso giapponese (lo sai quanto io ami la cultura giapponese e l’attenzione che riserva alle questioni spirituali) e, guarda caso, che parlava della morte. Sai quei film lunghi, poetici e bellissimi? Quelli dove si affrontano temi di quella profondità che la vita nostra relega dietro, al di là di serrature imbarazzanti? Quelle cioè che quando per esempio se ne parla o se ne scrive danno la sensazione a chi ascolta o legge di spiare?
(Departures Film di YogjiroTakita)
Io Anto sinceramente non lo so perché la gente che spesso mi circonda mi restituisce sempre questa sensazione di disagio quando tento di condividere anche solo un minuscolo frammento di quella vita vera che io mi sento dentro nel profondo. Ad esempio, che a volte basta un film per far uscire fuori le lacrime che mi sono rimaste incastrate dentro per non aver potuto fare nulla affinché per il suo ultimo viaggio lei avesse i capelli sistemati come ce li aveva nella vita e non sembrasse così altera come non era. Forse una madre che muore non si saluta mai come si deve, ci sarà sempre qualcosa a mancare, ma quanto possono contare certi passaggi e certi momenti in una separazione definitiva come la morte?
In questo tempo di bilancio, concludo questa mia lettera dicendoti che in questi cinque lunghissimi anni (trascorsi così, in un battibaleno) io non sono giunta da nessuna parte e il viaggio mi pare ancora lungo. Non ti racconto storie, amica mia. Mia madre non l’ho mai sognata e no, non me la sento vicina. Il suo silenzio ha invaso talmente tutto che talvolta ho addirittura il sospetto di aver smesso di credere in Dio. Prego per inerzia, forse solo per abitudine, non saprei dirlo. O forse perché sospetto che è solo nella mia profondità che sento esistere ancora la speranza, qualcosa cioè molto simile alla fede. Solo lì, il luogo dove un vivo e un morto possono finalmente tornare a stare insieme e a rendere la faccenda umana qualcosa che non faccia acqua da tutte le parti.
Nel frattempo che ciò accada, io continuo il mio viaggio e la ricerco con forza la mia profondità. Perchè mi pare l’unica cosa sensata da fare per onorare il ricordo di mia madre. L’unica speranza di ritrovare dentro di me la sua voce.
Mi dicevo che, così impostata, la vicenda umana faceva acqua da tutte le parti e che il silenzio tra un vivo e un morto era misurabile dalla quantità di acqua persa che a un certo punto uno si doveva invece fare capace di concepire. Quel silenzio nero, duro e profondo era dunque proprio la questione di vita o di morte per eccellenza, non di certo una delle solite, cioè, solo per modo di dire, e che forse un vivo non sentisse e né vedesse un morto proprio come un morto non sentiva e non vedeva un vivo.
