Cara Ale,
e se mi arrendessi? Me lo chiedo da un po’, come si fanno certe domande che non vuoi sentire troppo bene perché hai paura della risposta. E se mi arrendessi? Non alle persone, non all’amore, non alla vita… ma a questa lotta continua contro la realtà? Perché io credo di essere stanca soprattutto di questo. Della resistenza. Dello sforzo continuo di tenere insieme le cose, capire le cose, salvare le cose, interpretare le cose. Soprattutto questo: interpretare. Io ormai interpreto tutto. Un silenzio. Una parola. Una faccia. Un messaggio scritto in un modo invece che in un altro. Un dettaglio minuscolo che magari per qualcun altro non significa niente e che invece io rigiro nella testa per ore. E questa cosa l’ho anche scambiata per profondità. “Anto è sensibile.” “Anto coglie le sfumature.” “Anto sente molto.” Sì.Ma sai che c’è, Ale? Che sentire troppo è stancante. Perché a un certo punto smetti perfino di vivere davvero quello che ti accade. Lo analizzi mentre accade. Ti succede qualcosa e una parte di te è già lì che cerca di capire cosa significhi, dove porterà, quanto durerà, se farà male, quanto farà male, se sopravviverai pure a questa. E allora invece di vivere e basta, traduci continuamente quello che vivi. Credo di avere passato molto tempo così. A tradurre la vita e i suoi pseudo messaggi in codice. Sempre con questa idea che capire significhi proteggersi. Se capisco tutto, soffro meno. Sono già pronta, con mille addominali emotivi, ad attutire il colpo. Se arrivo prima al senso delle cose, magari mi feriscono di meno. Se interpreto bene i segnali, evito di crollare. Che illusione meravigliosa. Perché la verità è che il dolore arriva lo stesso. Arriva anche se sei intelligente. Anche se hai intuito. Anche se hai letto Freud, Jung, Proust e pure gli oroscopi di Paolo Fox.
Mi sto chiedendo se arrendersi non sia, in realtà, una forma molto più evoluta di vivere. Non la resa triste. Non quella di chi si spegne. Parlo di un altro tipo di resa. La resa di chi smette di voler controllare sempre il significato delle cose. Di chi accetta che alcune persone resteranno incomprensibili. Che certi amori non avranno un lieto fine comunque tu voglia guardarli. Che alcune domande non avranno mai una risposta soddisfacente. Che non tutti i conti torneranno. Mi viene il sospetto che maturare significhi tollerare l’esistenza di zone confuse e lasciarle lì, senza aprire per forza un processo mentale. Lasciare qualcosa di irrisolto, senza sentirsi immediatamente in pericolo.
“Arrendersi” sembra una parola da sconfitti. Da bandiera bianca. Uno che la alza perde, crolla, smette di combattere. Ma forse non è solo questo. Forse significa smettere di usare tutte le energie per trattenere qualcosa che vuole semplicemente andar via ed essere quello che è. Un po’ come quando stai in mare e continui a irrigidirti contro le onde. Ti sfinisci. Ingoi acqua. Vai nel panico. Finché non capisci che galleggi meglio quando smetti di combattere e ti abbandoni. Ecco. Forse io voglio imparare questo. Non rinunciare alla vita, questo mai. Forse il contrario, ad abbandonarmi alla vita Smettere di affrontarla come un continuo dialogo tra me e le mie paure. Respirare dentro quello che non capisco. Come dice la mia insegnante di yoga. Anto respira!
E magari, ogni tanto, smettere di chiedere spiegazioni che la vita non ha nessuna intenzione di darmi. Non ora, perlomeno.
Sono stanca, Ale.
Io mi arrendo.
“...e mentre brucia lenta questa sigaretta io sto seduta qui, che non ho fretta…”
Mina