Cara Anto, leggendo la tua lettera mi sono emozionata. Forse perché parlare della vita trascorsa reca con se sempre qualcosa di struggente e altamente poetico. In tal senso, il saluto alla tua Mini nera è, senza ombra di dubbio, un pensiero molto tenero e romantico, anche se sono sufficientemente certa che il tuo primo sorpasso azzardato, più che racchiuso nel suo cruscotto, è verosimile che se ne stia ben impresso nelle vene del tuo polso.
Oggi, cara Anto, voglio buttarmi come fai tu, correre davanti al tempo, vincerlo, prima che possa come sempre trattenermi a riflettere nell’anticamera di quello che ti vorrei dire e, alla fine, trasformarlo. Sono dunque qui e ti scrivo di quello che la tua lettera mi ha fatto provare mentre la leggevo, anche se so che forse i miei pensieri ti sembreranno strani. E sì, perché, mentre tu salutavi con malinconia la tua Mini nera, io pensavo che tra qualche giorno, il 17 maggio, sarà di nuovo l’anniversario della morte di mia madre. E sì, messa così, la questione non è solo semplicemente strana, ma sembra proprio che non c’entri un tubo con il momento da te descritto. In effetti lo so, dovrei riuscire a spiegartela meglio l’attinenza con questo, e forse potrei riuscirci raccontandoti che, durante questa mia personale ricorrenza , io so già che mi ritroverò a tirare ancora una volta le mie somme: cinque anni, sessanta mesi, milleottocentoventicinque giorni, quarantamilaeottocento minuti della mia vita sono trascorsi senza mia madre, e questo mi pare un tempo probabilmente sufficiente a convincermi che lei sia impressa nelle mie cellule vitali molto più di quanto possa esserlo, ad esempio, dentro la bottiglia vuota del suo profumo che non riesco ancora a buttare.
L’elaborazione di un lutto, ne abbiamo parlato…non è certo roba semplice da realizzare. Tanto che, nonostante questo tempo, io sono certa che continuerò ancora a custodire tutte le cose rimaste dietro la barricata del suo mucchio trascorso. Quelle cose, cioè, dove la mia vita con lei si è fermata come il suo respiro e il suo sguardo. Cose che la mente ha trasformato in simulacri di vita finita: gioie, dolori, sorrisi, lacrime, momenti cruciali. Tutto ripiegato e conservato nei cassetti, nelle bottigliette vuote di profumo, nelle maglie, dentro i cellulari, nelle montature degli occhiali, nei portafogli, nei quadri e nelle penne. Nei soprammobili, nei bigodini dei capelli, nelle spazzole. In una poltroncina, in un cuscino, dentro un materasso nuovo. In calzini bianchi di cotone, dentro i pigiami e le vestaglie. Nelle scatole delle medicine con le scritte sopra a penna delle date. Nelle settimane enigmistiche, nelle macchie di inchiostro sulle lenzuola, impresse dai pennarelli lasciati da lei incautamente aperti prima di dormire. Sì, lo so, cose che man mano, un po’ alla volta prima o poi saluterò per sempre, proprio come hai fatto tu con la tua Mini nera, ma non ancora amica mia, che non è ancora il tempo. Pure se non è più un sacrilegio pensare di non aver più bisogno di quelle cose per testimoniare, ricordare, rinnovare, perpetuare, eternizzare, immortalare…la vita che è finita. Sì, così come la tua Mini nera sembra aver fatto con i tuoi sorpassi, le tue fughe, le tue paure, le tue lacrime e le tue risate, i silenzi e la tua musica ad alto volume.
Leggendo la tua lettera, cara amica mia, oggi mi sono emozionata. E non perché ho pensato a mia madre e nemmeno perché è triste parlare della vita ormai trascorsa. Mi sono emozionata perché per la prima volta ho pensato al presente, a un’auto cioè bianca senza ricordi. Un’auto bianca, bianca davvero, come tu dici. Un foglio ancora tutto da scrivere. E ho avuto il bisogno di dirtelo che mi piacerebbe proprio tanto che tu lo facessi con lo sguardo allegro di questa foto, mentre con la tua Bella giochi e, finalmente, sorridi.