Cara Anto, da un piccolissimo spiraglio di una sera piuttosto chiusa, scorgo gli appunti che ho disseminato un pò qua e un pò là, nella speranza di recuperare qualcuno di quei pensieri che mi attraversano e che, come petali leggeri di fiori esposti al vento, volano ormai via se non li fisso da qualche parte.  Il paese dei pensieri dimenticati è a qualche chilometro distanza da quello del tempo perduto ma io stasera sono davvero troppo stanca per scriverti bene di quelli ritrovati. Intanto, che ci vuole un fisico bestiale per stare dietro alla vita, mentre io ogni giorno mi sveglio con un dolore che devo fare in modo di dimenticare. Dovrei poi, a seguire, parlarti di un mucchio di cose, rispondere alle tue lettere sul vento che ti ha scompigliato l’anima e il balcone, delle sigarette piovute dal cielo o dei ritorni a casa. Sì, dovrei parlarti di quei duecentotrenta chilometri di strada in cui siamo rimasti incastrate, noi nomadi fuorisede senza più una terra nostra. Ma stasera no, Anto mia, sono distrutta. Tanto che mi si chiudono gli occhi sopra questo divano e mi scappa, come si suol dire, il sonno. Sai quella sensazione di abbandono che in mezzo secondo mentre sei sveglio poi non lo sei più e rincorri chi sa dove quel sonno scappato e, quando lo ritrovi, ci sali sopra e lo cavalchi come la regina Daenerys Targaryen del Trono di spade cavalca uno dei suoi draghi? Stasera, mentre ogni tanto svolazzo di qua e di là sul dorso del mio drago sonno, sono in preda ai dolori più disparati e misteriosi. Non posso parlarti di niente di alto e quindi ripiego sul più basso che ci sia, quello proprio terra terra, pure al di sotto del terracqueo. Stasera è infatti il momento adatto per spiegartelo che vuol dire il cerino della carta igienica, quel fenomeno assai curioso che avviene quando quella è praticamente finita ma, paraculamente parlando, anche no, solo quel tanto che basta alla coscienza di chi ci ha preceduto nel bagno di lavarsi serenamente le mani anche dalla noiosa incombenza di sostituire il rotolo  che, accidenti, è operazione anche così maledettamente complicata quando il portarotolo figo, che hai avventatamente deciso un giorno di comprare per il tuo bagno, richiede una laurea in ingegneria per essere correttamente manovrato. Sganciare, togliere, sostituire, rinfilare, riagganciare…Chi sa perchè, a me pare di doverla fare sempre io questa cosa complicata e noiosa, tanto da farmi decantare in versi poetici e in rima la mia sfiga: eccotela là, il cerino della carta igienica sempre in mano a me sta! Questo cerino della carta igienica, se vogliamo, può comunque insegnarci qualcosa e, dunque, guadagnare qualche punto nella scala della dignità degli argomenti da trattare, sia se ti raccontassi l’origine del detto, sia se ti dicessi di tutti i cerini in mano che la vita mi ha messo. Per ora me ne torno nel terracqueo salendo solo un pochino di grado dalla sola terra, spiegandoti che il detto ha origine dalla vita in trincea dei soldati che, per accendere le sigarette, utilizzavano un unico cerino che si passavano tra loro e l’ultimo a cui questo arrivava era destinato a scottarsi le mani perchè il cerino si era ormai consumato. Insomma, cara Anto, un pò tocca trarre le conclusioni da tutte le cose che ci capitano, e pure un rotolo di carta igienica ci può parlare e suggerire concetti di una certa importanza come, ad esempio,  che la circostanza di ritrovarsi con il cerino in mano potrebbe, in ultima analisi, essere un’attitudine piuttosto che una sfiga, così come nella legge di Darwin lo è quella di essere il più forte e sopravvivere alla vita. In entrambe le situazioni si perde e si vince rispettivamente e, come la metti metti, di giusto in questo non c’e’ proprio niente, visto che dell’attitudine che ti sei beccato nascendo, non hai davvero proprio alcun merito.

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