Ale, stanotte è passato il vento.

E qui non è che sia passato così, tanto per. Ha fatto un vero e proprio disastro. Il mio balcone stamattina è un campo di battaglia. Cose mie finite al piano di sotto, cose dei vicini di sopra finite da me, un vaso che non so più se è mio o loro, sedie spostate come se qualcuno ci avesse litigato durante la notte. C’è proprio un miscuglio. Un miscuglio di cose, ma anche di confini. E a un certo punto non capisci più cosa è tuo e cosa ti è rimasto addosso. Ho trovato pure un pacchetto di sigarette. Peccato non sia la marca che fumo, perché vista la situazione sarebbe stato anche un bel segno del destino, una specie di risarcimento. Invece niente. E mentre cercavo di capire cosa raccogliere e cosa lasciare, mi sono fermata. Il vento non era solo sul balcone. Era anche dentro di me. Perché mi sento un po’ sparsa. Con pezzi fuori posto e altri che non so nemmeno da dove arrivano, e pensare che io nella mia testa mi consideravo anche una persona che sa riflettere. Una che si ferma, capisce, sistema. E invece no. È come se dentro avessi un buco. Non un dolore preciso. Non qualcosa che puoi indicare e dire: è questo. Proprio un vuoto. E io lo sento. E sento anche che dovrei fermarmi a guardarlo, a capirlo. Ma non ci riesco. Perché nel frattempo quel vento continua. Non è finito stanotte. C’è ancora adesso. Muove le tende, le piante, e pure quello che ho in testa. Ti impone il movimento anche quando vorrei stare ferma. Guardo fuori. Il mare è agitato. Le onde si rincorrono, si scontrano. E quello stesso movimento, forte, agitato, quasi disperato, lo sento anche dentro di me. Alla tv passa il ricordo di Gino Paoli, scomparso da pochi giorni. Ovviamente con Senza fine. E lì un po’ di malinconia, un po’ di tristezza. E penso: ma niente è senza fine. Perché a me sembra che finisca tutto continuamente. Finiscono gli equilibri, finiscono le certezze, finiscono pure quelle giornate in cui ti sembrava di aver trovato una quadra. E mentre guardo fuori, con questo vento che non si decide a smettere, mi viene in mente una canzone di anni fa, Il vento caldo dell’estate. “mi sta portando via”… E penso: ok, portami pure via. Però magari poi rimettimi giù da qualche parte. Perché così non è proprio comodissimo. Poi penso a te. A cosa tireresti fuori. A una di quelle tue frasi perfette che mi colpiscono dentro e mi mettono ordine. Io al massimo riesco a citare le canzoni. E già mi sembra tanto. Ma alla fine non è che devo per forza spiegarmi. Forse devo solo stare dentro a questo movimento, anche quando non mi piace, anche quando mi scompiglia tutto. Un po’ come questo balcone. Che piano piano rimetto a posto. Non tutto. Solo quello che riesco. Il resto lo lascio lì. Tanto evidentemente aveva bisogno di cambiare posto. E se il vento decide di continuare, che continui pure. Io per oggi mi limito a mettere una mano sulla testa per non far volare il mio cappello.

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