Cara mia, eccomi di nuovo qui a scriverti dopo essere approdata rocambolescamente alle soglie della mia mente, così piena di argomenti sovrapposti l’uno sugli altri, che appaiono e scompaiono, si mischiano tra loro, e che io tengo lì con la consapevolezza di dover fare una discreta fatica per districare la matassa in cui quelli, gozzovigliando in malo modo, si sono aggrovigliati parecchio. Riuscire a concentrarsi per mettere ordine è impresa non da poco. Tocca divincolarsi. Caspita se tocca farlo!  E divincolarsi, a sua volta, non è cosa semplice da fare quando la vita ti trattiene continuamente nelle sue grinfie pratiche quotidiane. Con il tempo a disposizione bisogna continuamente tenere presenti i concetti di efficacia ed efficienza e che la differenza tra i due, al di fuori dell’economia, sfuma nella loro sovrapposizione tanto che, inefficacemente e inefficientemente, perdo un buon quarto d’ora a cercare di ricordare che cacchio distingue l’efficacia dall’efficienza. Terracquamente parlando, perdere tempo mentre si cerca di raggiungere l’obiettivo di tenersi stretto il tempo, è un’attività altamente inefficace (non realizza cioè l’obiettivo) e nel suo svolgimento si rivela altresì altamente inefficiente (spreca solo tempo, cioè la più importante delle risorse). Mi rendo conto che soffermarmi su questi due sfuggenti baluardi dell’economia mi conduce  nel beotamento completo, per di più aggravato dal fatto che potrebbe avere poco a che vedere con tutto quanto mi si è ammatassato in testa e di cui mi piacerebbe parlarti anche se poi, a pensarci meglio, anche no, visto che comunque, da Prousta quale sono, il tempo perduto mi pare un attinente tema da cui partire, con tutta l’inefficacia e l’inefficienza che si porta dietro. Ora però, amica mia, ti rendi conto anche tu che la confusione potrebbe regnare sovrana se non la faccio finita con questo pensiero che si accartoccia su se stesso e quindi, senza stare troppo a sottilizzare sulla coerenza di questo incipit di missiva che si è protratto pure troppo, direi di sorvolare ed approdare al pensiero successivo che si concentra tutto nell’interrogativo se il  fil rouge delle coincidenze che si susseguono nella mia vita siano solo il frutto di un algoritmo che a mia insaputa fa continuamente somme e sottrazioni di tutto ciò che di me riesce a trafugare, mettendomi poi sotto il naso cose di cui alla mia essenza, oppure se il tutto è frutto del caos dell’universo o, per meglio dire, di un romantico allineamento astrale che all’improvviso si verifica tra questo e la mia anima. Fatto è che mentre io penso e ripenso e mi struggo al pensiero di non poter impiegare il mio tempo a scrivere quanto e come vorrei, ecco che mi piomba sulla testa il film La mattina scrivo  e, che cacchio, se leggi di cosa  parla questo film, dimmelo tu come faccio io a non pensare che l’algoritmo è assai più potente di quanto io creda? Me ne resto sempre più beotamente perplessa, amica mia, e in tutta questa beotaggine realizzo che non mi resta altro da fare che andarmelo a vedere questo film che, algoritmo o universo, mi è caduto addosso e di cui forse un giorno che avrò un pò di tempo, ti parlerò, spero efficacemente con efficienza, pure se corro parecchio il rischio, all’uscita dal cinema, di tagliarmi definitivamente (metaforicamente parlando) le vene.

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