Si parte. Torno a casa. Pochi giorni. L’ultima volta è stata a giugno… credo. Ogni scusa è buona per non tornare, devo ammetterlo. Le invento anche. Le costruisco bene, così sembrano vere pure a me. Ma quando si tratta di tornare, il tempo perde contorni. Perché tornare a casa, per me, non è mai solo tornare. È entrare in un posto dove niente è davvero come lo ricordavo, ma tutto ha il potere di farmi male come allora. È un viaggio nella malinconia, nella nostalgia, ma anche in qualcosa di più crudele. È come se il passato non fosse passato davvero. È come se fosse rimasto lì ad aspettarmi. Ci sono immagini che mi porto dietro. Noi davanti alla villa comunale. Giovanni, Tiziana, Michele, Ida… Le risate, i discorsi, quella leggerezza che oggi non saprei più neanche fingere. Ma quelle sono visioni. Fotografie che esistono solo dentro di me. La realtà è un’altra. Incontro persone che conoscevo o forse no. Sguardi di persone che riconoscono in me qualcosa di familiare ma lontano. E in quello sguardo c’è già tutto. C’è il tempo. Li guardo anche io, e penso a quanto siamo cambiati. Ma è una bugia comoda. Perché non sto guardando loro. Sto guardando me. Mi fanno da specchio. E quello specchio non perdona. Perché finché non torni a casa, finché non ti lasci attraversare dallo sguardo di chi ti ha vista quando eri un’altra, puoi anche convincerti di essere rimasta uguale. Puoi raccontartela anche se non è vero. Ma lì non puoi scappare. Lì il tempo si vede. Ti cade addosso. Ti si legge in faccia, negli occhi, nei silenzi. E capisci una cosa che altrove riesci sempre a evitare: che sei andata avanti. E che indietro non ci torni più. E questa cosa non è romantica. Non ha niente di poetico. Fa male, perché quei luoghi li riconosci, ma non riconosci più la persona che eri dentro quei luoghi. E allora ti chiedi ma dov’è finita? E soprattutto quando è successo? E poi c’è il treno. Sempre lui. E lì è ancora peggio. Perché ogni volta tornano gli occhi di mio padre. La sua divisa da ferroviere. Bello. Sorridente. Giovane. Vivo. E questa è la parte più dura. Perché io lo rivedo così. Fermo in un tempo che non si muove più. Mentre io, sì. Io invecchio. Io cambio. Io vado avanti. Lui no. E allora lo cerco. Tra i binari, tra i rumori, tra la gente che sale e scende senza sapere niente. Lo cerco nei treni che prendo ogni volta, come se potessi incontrarlo per caso. Come se da un momento all’altro potesse essere lì. Ma non succede. E forse è per questo che tornare a casa mi fa così paura. Perché non torno solo in un luogo. Torno in tutte le versioni di me che non esistono più. E ogni volta le sfioro appena. E ogni volta le perdo di nuovo.