Cara amica mia, sul finire di un’altra domenica, mi soffermo su quel concetto di nucleo originario di cui mi hai scritto, quello che ci portiamo dietro da una vita e che tu propriamente definisci come un’impronta, un’anima, un carattere, ovvero, nell’insieme, un’essenza venuta al mondo con noi e che pare non cambiare mai, qualunque cosa accada. Vorrei parlartene e, da giorni, staziono sopra a questo pensiero enorme,  che è talmente vasto da non avere alcun corpo. Decido quindi di affrontare la nebbia fitta di questa mancanza di contorni, sforzandomi quantomeno di racimolare le idee necessarie a tracciare quelli di una missiva di senso compiuto. Intuisco bene che la domenica sera non può essere propriamente il momento giusto per affrontare la vastità del concetto dell’essenza, ma so anche che io sono predisposta per imprese folli e che normalmente ho la smania di intraprenderle nei momenti meno opportuni. E’ un’urgenza che, forse pure essa, potrebbe appartenere all’essenza, e che nulla ha a che vedere con il pensiero, che infatti se ne resta muto, senza parlare, tremolante nella fiammella di una candela che intravedo nella mente in fondo ad una grotta. La intravedo sì,  solo da lontano, mentre io sono troppo stanca per entrare dentro la grotta a cercare di arrivare  in fondo a quel nero, lì dove la flebile  fiammella della candela che intravedo da lontano, magari  da vicino, illumina le scritte sulle  pareti delle rocce, sulle quali forse è raccontata, con caratteri e simboli antichissimi, qualche storia sulle origini dei tempi, una di quelle che custodisce il segreto. Sto con la testa sulla mano, il gomito appoggiato al bracciolo del divano e dal fondo della grotta mi arriva il ricordo di una mia foto. Volteggia come una farfalla fino ad arrivare a me nella memoria. Sono io bambina, in una giornata fredda di neve. Ho infatti il cappotto, il cappello e circa sette anni. Guardo qualcosa, per terra forse, non so davvero cosa. Forse non guardo niente, forse sono solamente sofferente per un mal di testa. Tuttavia, io mi sono chiesta mille volte di fronte a quella foto se già da bambini la nostra essenza è tutta lì presente e definita, predisposta ad esempio verso quella o quell’altra sponda della vita: profondità/superficialità; complicazione/semplicità; malinconia/allegria; pesantezza/leggerezza. Se cioè un bambino a sette anni può avere vissuto già vita sufficiente a definire uno sguardo che la dica così lunga sulla sua essenza, o che ci sia appunto già nato con quell’eredità proveniente da chi sa chi e da chi sa dove.  Quell’impronta, quell’anima, quella firma che se ne  resta lì dentro da qualche parte e che l’accompagnerà per il resto della vita. A quasi cinquant’anni da quella foto, riconosco in quel mio sguardo la mia impronta sul mondo. Come se quella foto si replicasse in ogni istante della mia vita, come se quella foto trattenesse ogni attimo della mia vita. Come se ogni attimo della mia vita puntasse a quel punto esatto in cui punta il mio sguardo in quella foto. E quindi sì, amica mia,  la vera storia, come tu dici, lo credo anche io che sia in quella parte di noi che resta lì mentre tutto il resto cambia, in qualcosa che forse arriva a noi chi sa da dove e che in noi permane a prescindere da tutto quanto accada nella vita e si trasformi in essa.

Ci sarà da riparlarne, magari al tramonto di un martedì, con l’animo più disteso per il giro di boa della settimana. Nel frattempo, per concludere questa mia lettera,  mi viene da  dirti delle pagine di Proust che ho amato e, non ti nascondo, che così tanto spesso mi hanno profondamente consolato. In questa domenica che sta finendo te ne riporto una, così che pure tu ci rifletta sopra, alla ricerca in essa dei collegamenti con la nostra essenza.

“Era morto. Morto per sempre? Chi può dirlo? Certo, né le esperienze spiritiche né i dogmi religiosi provano che l’anima sopravviva. Quel che si può dire, è che tutto avviene nella nostra vita come se vi entrassimo con il fardello di obblighi contratti in una vita anteriore; non c’è nessuna ragione nelle condizioni della nostra vita su questa terra perché ci sentiamo obbligati a fare il bene, a essere delicati, o anche cortesi, né perché l’artista ateo si creda in dovere di rifare venti volte un pezzo che susciterà un’ammirazione che importerà ben poco al suo corpo mangiato dai vermi, come l’ala di muro giallo che dipinse con tanta abilità e raffinatezza un artista per sempre sconosciuto, appena identificato sotto il nome di Vermeer. Tutti questi obblighi che non hanno sanzione nella vita presente sembra che appartengano a un altro mondo, fondato sulla bontà, sullo scrupolo, sul sacrificio, un mondo completamente diverso da questo, e da cui usciamo per nascere a questa terra, prima forse di ritornarvi, a rivivere sotto l’imperio di quelle leggi ignote a cui abbiamo obbedito perché ne portavamo l’insegnamento in noi, senza sapere chi ve le avesse tracciate, quelle leggi cui ci avvicina ogni lavoro profondo nell’intelligenza e che sono invisibili soltanto – seppure! – per gli sciocchi. Perciò l’idea che Bergotte non fosse morto per sempre non è inverosimile.

Lo seppellirono, ma tutta la notte funebre, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre a tre, vegliavano come angeli dalle ali spiegate e sembravano per colui che non era più, il simbolo della sua resurrezione”.

La morte di Bergotte

Marcel Proust – La prigioniera – Alla ricerca del tempo perduto

 

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