Cara amica ti scrivo e mi piacerebbe distrarmi un po’. Lo faccio invece mentre mi sento sopraffatta dai numeri che dal lavoro mi porto dietro, dalle incombenze da risolvere, dagli impegni tutti belli pronti, agguerriti già dalla mattina presto a guardarsi in cagnesco affinchè si rispetti la fila, e nessuno prenda il posto dell’altro nel disbrigo da parte mia, che corro corro corro sempre per non fare incazzare nessuno. La mattina presto li guardo da dietro il vetro della mia finestra e mi dico che, diamine , quanto sono scostumati gli impegni, che almeno la mattina presto, se ne potrebbero stare fuori ad azzannarsi tra loro ed aspettare l’orario giusto! Io ho ancora da bere il mio caffè e da guardare beotamente fuori questo anticipo di primavera, che oggi è talmente anticipata da sembrare già finita, cioè, pur se si sente nell’aria, sembra rimbalzata all’indietro sopra l’inverno e ritornata autunno profondo, restandosene parecchio rintanata dentro una giornata che si direbbe, terracquamente, di merda. Cupa, grigia, piovosa. Una di quelle che, con poca attenzione, diresti che piace a me ma che, con piu’ attenzione, ti direi invece mica tanto, visto che ai particolari bisogna sempre fare attenzione perchè sono importanti e fanno spesso la differenza tra le cose, i fatti e i giorni. Quelli grigi con la pioggerillina che piacciono a me, sono infatti quelli autunnali, quando cioè il cervello si riposiziona in una condizione familiare, quasi un ritorno all’essenza e all’origine dopo l’illusione e il rumore infernale dell’estate. Niente a che vedere con le giornate piovose di marzo, quelle che si frappongono all’inizio della primavera dopo l’inverno e, diciamocelo pure, che rompono parecchio i terracquei cosiddetti, con il mal di testa da cervicale che si portano dietro, l’indecisione sul vestiario e tutta quella roba così poco romantica che, dunque, nulla ha a che vedere con la malinconia dell’autunno che, non a caso, è difatti di ispirazione ai poeti e che tu mi ricordi riposta nella Chanson d’autumne di Verlaine e nell’associato salto dalla sedia che un omone grosso e burbero come il professor Mario Focolini fece quel lontano giorno del passato, quando, incutendo non poco terrore alla classe intera con la sua espressione che pareva furiosa e invece era solo meravigliata, si avvicinò minaccioso ad un banco dell’ultima fila ad esprimere il suo sincero e interdetto apprezzamento all’artefice del prodigio accaduto: tu.
Amica mia, che mi scrivi lettere così piene d’affetto e di amicizia che mi fanno emozionare e che per sempre resterai in quei versi recitati in francese:
Les sanglots longs
Des violons
De l’automne
Blessent mon coeur
D’une langueur
Monotone.
Anche tu sei bella parecchio, pure se non lo sai. Così come non sai di avere un’essenza letteraria (sì, quella che il professore Focolini vide perfettamente dentro ai violons, che io tirerò fuori, te lo prometto, dal langueur monotone, insieme alla mia). Certo l’impresa sarà dura parecchio, vista la quantità di vita che nel frangente si frappone al raggiungimento del nostro nucleo, tanto da farmi pensare, da un po’ di giorni a questa parte, che Una stanza tutta per sè di Virginia Woolf, come si suol dire, mi spiccia casa. Sai di cosa parla questo libro? Della scrittura e le donne. E sai qual e’ la verità in esso contenuta? Che una donna per scrivere ha necessità di una rendita di cinquecento sterline l’anno e una stanza tutta per sè, lontana dalle incombenze della vita quotidiana. In altre parole, le altitudini del pensiero, della poesia e della scrittura, sono strettamente connesse alla libertà, che è a sua volta strettamente connessa a questioni pratiche e materiali.
Ecco, amica mia, sarebbe molto bello parlarne, oppure restarsene qui a discorrere dei massimi e minimi sistemi che ruotano nella nostre vite ma Virgina Woolf è Virgina Woolf e, se tanto mi da tanto, non avendo io ereditato alcuna rendita annua, nè tantomeno una stanza tutta per me dove rifugiarmi a scrivere quello che mi pare e piace, per tutto il tempo che mi vada, sono, ahimè, costretta a lavorare e a farmi sopraffare da quei maleducati impegni che, anche per oggi, non vogliono proprio più aspettare.
Tu, però, abbi pazienza che con te, pure senza sterline e stanze tutte per me, io il cielo cerco di svelarlo lo stesso.
“…osservate, nel sole di primavera, l’agente di cambio e l’avvocato famoso che entrano in ufficio a fare soldi e poi ancora soldi e poi altri soldi ancora, quando è evidente che cinquecento sterline l’anno sono più che sufficienti a mantenerci in vita sotto il sole. Sentimenti sgradevoli da nutrire, pensavo. Prodotto delle condizioni di vita, della mancanza di civiltà, pensavo guardando la statua del duca di Cambridge e in particolare la piuma della sua feluca, con un’intensità che raramente avevano ricevuto prima. E man mano che cominciavo a rendermi conto di tali svantaggi, ecco che a poco a poco paura e amarezza si tramutarono in pietà e tolleranza; poi nel giro di un anno o due pietà e tolleranza svanirono, e sopravvenne il più grande sollievo che ci sia, e cioè la libertà di pensare alle cose per ciò che esse sono. Per esempio, quel palazzo, mi piace oppure no? Quel quadro è bello oppure no? Non c’è che dire, l’eredità della zia mi svelava il cielo, e al posto di quella enorme imponente figura di gentiluomo che Milton raccomandava alla mia perpetua adorazione, aveva messo la vista del cielo.”
Virginia Woolf – Una stanza tutta per sè