Cara Ale,

stamattina, prima ancora del tuo solito bonjour mi è venuto da pensare che la nostra amicizia meriterebbe quasi uno studio: come fa Alessandra a sopportare Anto senza perdere lucidità mentale né gentilezza d’animo? Perché se qualcuno osservasse la scena iniziale della nostra conoscenza, quella nei corridoi della scuola, probabilmente non scommetterebbe molto sulla nascita di un’amicizia così duratura: tu studentessa diligente, con quell’aria di persona che capisce davvero quello che i professori spiegano e che sa sempre dove si trova il quaderno giusto; io invece passavo il tempo a giocare a carte con i bidelli durante le lezioni, sparavo alla matematica e riuscivo perfino a prendere meno uno in chimica.

Qualche giorno fa, parlando insieme, mi hai fatto tornare in mente anche quell’episodio con il professor Focolini. Stava recitando in classe Chanson d’automne di Verlaine e si accorse, con grande stupore, che io la stavo recitando insieme a lui. Si fermò e lo fece notare a tutta la classe. Credo sia stato uno dei miei rarissimi momenti di gloria scolastica, ed è stato divertente scoprire che tu lo ricordavi perfettamente anche dopo tutti questi anni.

Mi sono ritrovata spesso a casa tua e ancora oggi mi tornano in mente con una nitidezza sorprendente quelle sere tranquille nel tinello con tua madre. Di lei ricordo soprattutto la schiettezza, quella qualità rara di chi dice le cose con naturalezza e con un’ironia che ti fa sentire subito a casa. Stavamo lì a parlare del più e del meno, semplicemente quello, tutto il giorno, in casa, senza neanche uscire. Ma erano pomeriggi bellissimi. Ricordo i comò di casa tua, quelli che evidentemente qualcuno aveva restaurato con cura e che io guardavo con una specie di ammirazione silenziosa; tant’è vero che anni dopo, arredando casa mia e ricordando proprio quei comò, ho voluto portare con me un vecchio comò di mia nonna, quasi come se quel ricordo fosse rimasto da qualche parte dentro di me.

Poi naturalmente la vita, come fa sempre, ci ha prese e ci ha portate altrove, ognuna con i propri percorsi, e ricordo ancora quando andavi all’università e abitavi a Piazza Re di Roma: io arrivavo nel fine settimana, dormivo da te, e già allora si delineava con chiarezza il tuo destino: diventare la persona che ascolta Anto mentre Anto cerca di spiegare i suoi drammi sentimentali con risultati piuttosto discutibili.

Nella vita ho incontrato molte persone gentili, anche amici, amici veri, ma pochissime persone capaci di fare quello che fai tu: restare. Restare con una calma quasi disarmante quando l’altro si perde nei propri labirinti, restare senza irritarsi, senza liquidare la questione con due frasi di circostanza, restare anche quando io, come ben sai, posso diventare leggermente monotematica e pronunciare la frase Ale, sto male con una frequenza che probabilmente dovrebbe essere proibita per legge.

E poi ci sono le nostre risate. Quelle risate lunghe, incontrollabili, quelle che partono da niente e finiscono con noi due piegate in due, a ridere fino a sentirci male. E insieme alle risate c’è anche un’altra cosa che per me conta moltissimo: tu mi hai vista. Mi hai vista tante volte, e continui a vedermi anche nei momenti in cui io stessa non riesco più a farlo

Poi c’è la Roma di adesso, la tua casa, Giulio, ragazzo splendido, e Antonio, che ormai conosco da quando praticamente si è fidanzato con te, e con il quale ogni volta che arrivo riusciamo comunque a trovare il modo di ridere molto, moltissimo, soprattutto in quelle rare giornate in cui non sono impegnata nel mio sport preferito: l’analisi dettagliata delle mie tragedie sentimentali.

E così eccoci qui, in questo periodo strano della vita in cui ogni mattina comincia con il tuo “bonjour”, come se fosse una piccola campanella che segna l’apertura della giornata, e da lì partono ore di conversazioni che, se qualcuno le registrasse e le analizzasse con attenzione, scoprirebbe che la percentuale di discorso dedicata alle vicende interiori di Anto supera abbondantemente qualsiasi limite ragionevole.

Questo però non è per fare un monumento retorico all’amicizia, cosa che so benissimo ti farebbe alzare gli occhi al cielo, ma semplicemente per dirti una cosa molto concreta: questo è stato un periodo difficile della mia vita, uno di quei periodi che non si addolciscono con le parole e che possiamo tranquillamente chiamare un periodo di merda.

Eppure, in mezzo a tutto questo, c’è una cosa che posso dire con assoluta certezza: non mi sono mai sentita sola.

Mai.

E non perché improvvisamente il mondo sia diventato più semplice, ma perché tu sei stata lì, con quella tua presenza tranquilla, lucida, ostinatamente paziente, capace di restare accanto anche quando io ripetevo la stessa domanda per la trecentesima volta nel giro di due ore.

Adesso che la primavera sta tornando, mi viene da pensare che forse sta tornando anche un po’ nella mia vita. E mi piacerebbe che insieme alla primavera continuassero anche i tuoi buongiorno, le nostre conversazioni infinite, i tuoi tentativi pazienti di insegnarmi a leggere Proust e, soprattutto, le nostre risate a crepapelle, quelle che partono da una frase e finiscono con noi due senza più fiato.

Perché in fondo, tra tutte le cose belle che ho incontrato nella vita, una delle più belle è questa amicizia che continua, giorno dopo giorno, tra un buongiorno, una riflessione troppo lunga e una risata improvvisa.

E alla fine penso sempre la stessa cosa.

Ale, ma quanto sei bella!

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