Cara Alessandra,
ci sono alcune grandi domande che tutti, prima o poi, dobbiamo affrontare. E la cosa non mi stupisce affatto, perché sono questioni che nella vita quotidiana creano più turbamenti di qualsiasi mistero dell’universo. Una di queste, ne sono quasi certa, riguarda il frigorifero. Un posto che apriamo con grande speranza, pur sapendo perfettamente cosa c’è dentro. Perché apriamo il frigo tre volte di seguito sperando che, nel frattempo, sia comparso qualcosa di nuovo? Come se tra la prima e la terza apertura potesse materializzarsi spontaneamente una lasagna fumante accanto alle zucchine, o un dolce che nessuno ha cucinato in mezzo allo yogurt scaduto. Perché quando cerchi disperatamente qualcosa in casa, le chiavi, gli occhiali, il telefono, quell’oggetto sembra dissolversi in un’altra dimensione e ti porta inevitabilmente ad aprire il frigorifero per la quarta volta, per poi ricomparire con naturalezza appena smetti di cercarlo?
C’è poi quel fenomeno curioso che comincia a manifestarsi dopo i cinquant’anni. Perché all’improvviso non ricordiamo più il nome delle persone? In realtà questa non è una domanda senza risposta, perché sappiamo perfettamente il motivo per cui non ricordiamo più il nome delle cose o delle persone. Ma sorvoliamo. Perché non ricordiamo più nemmeno il nome degli oggetti o dei film che abbiamo visto due giorni prima? Così ti ritrovi a fare conversazioni del tipo: “Hai visto l’ultimo film di coso?” “Quale coso?” “Ma sì, quello dove c’è quella, la protagonista, come si chiama?” Oppure: “Mi passi la cosa?” “Quale cosa?” “Ma sì, quella cosa lì, quella che serve per, insomma hai capito.” Segno evidente che dopo i cinquant’anni sviluppiamo un linguaggio parallelo fatto quasi esclusivamente di cosi e cose.
E a pensarci bene è anche una fortuna che io non abbia un uomo in casa. Perché immagino già la scena: “Amore, mi passi il coso?” “Quale coso?” “Ma sì, quello accanto alla cosa.” E probabilmente finiremmo per discutere per ore sul coso accanto alla cosa. Con inevitabile pausa davanti al frigorifero.
C’è poi la questione degli occhiali da lettura: perché a una certa età spariscono improvvisamente, quasi come i calzini nella lavatrice? Senza quelli non puoi fare praticamente nulla. Così, per ovviare al problema, ho sistemato un paio di occhiali in ogni stanza della casa. Il risultato è che a volte mi ritrovo con tre paia di occhiali sulla testa mentre cerco il quarto. Entro in una stanza per prenderlo e mi fermo sulla soglia chiedendomi: che sono venuta a fare qui? E per aiutarmi a pensare che cosa fai? Apri il frigorifero.
Poi arriva anche il momento dell’orologio biologico. Come fa a essere così puntuale con tutti, più o meno alla stessa età? Ossia, dopo i cinquant’anni, perché cambiano improvvisamente gli argomenti di cui si parla con gli amici? “Hai fatto le analisi?” “Anch’io dovrei rifarle.” “Il medico mi ha detto di controllare questo valore.” E proprio perché dopo una certa età cominciano i dolori alle ossa, vai verso il frigorifero. Ma non per aprirlo. Per appoggiarti.
E infine c’è un’altra cosa che i filosofi, stranamente, non hanno mai chiarito. Perché parliamo con gli animali come se potessero capirci perfettamente? Io parlo spesso con Bella e con Bibilla. Ma la cosa più straordinaria, a pensarci bene, non è tanto il fatto che io parli con loro. La cosa più straordinaria è che mi risponde Nanà. E poi, vuoi mettere? Finalmente qualcuno che non ti parla di analisi, di creme miracolose, di ossa scricchiolanti o di cervicale.
In mezzo a tutte queste domande, però, una certezza rimane: alla fine il frigorifero lo apriamo sempre più di tre volte.