Cara Anto, dopo aver letto la tua lettera, rifletto ora su una cosa che ha a che fare con l’opportunità delle parole per i nostri pensieri. A cospetto dei quali, a volte, sento la difficoltà (se non addirittura l’impossibilità) di trovare quelle giuste per esprimerli. Per renderti l’idea, è come stare davanti a una montagna da scalare e vedere solo pareti lisce e enormi senza appigli. Se volessi parlarne, di questi miei pensieri, ti direi che se ne stanno in me, mi abitano dentro. Accasati in qualche luogo del mio essere tra cuore e polmoni, me li sono sempre immaginati come barboni riparati dai cartoni, con i rivoli del mio sangue a scorrergli a fianco. Nomadi stanziati e abituati bene a dormire in letti morbidi, fatti di qualche mio muscolo, con la brezza calda che li scompiglia ad ogni mio respiro. Conviviamo civilmente, io e questi miei pensieri accasati e impigriti. Al punto che me li dimentico proprio. Poi arrivi tu, che con una chiarezza e una giustizia disarmante, restituisci a Cesare quel che e’ di Cesare. Li prendi, i pensieri miei, e gli dai una ripulita. Gli fai la barba e una bella doccia, li rivesti con abiti nuovi, che era un bel po’ che se ne stavano nei vecchi, e con una dolce pacca sulla spalla li inviti a uscire all’aria aperta a riprendere vita. Ecco, se dovessi rendere l’idea a parole di quello che ho provato leggendo la tua lettera, ti direi esattamente questa cosa. Perchè tu fai un’operazione precisa per parlare di “essenza“: togli l’inutile e lasci l’essenziale e nel fare questo sei nitida, cristallina e rendi esattamente l’idea di quello che vuoi dire. Il fatto è che per parlare di essenza tu coerentemente segui un percorso di sottrazione. E lo fai nella forma quanto nella sostanza. Io subisco questa rivelazione. Potrei dirti, da fedele Prousta quale sono, questa epifania che mi lascia folgorata sulla via di Damasco, e che mi fa provare un grande entusiasmo nel riflettermi in te come in uno specchio. Trovo che sia una bellissima cosa questa, perchè tradotto, tutto questo papocchio di chiacchiere che sto scrivendo, equivale a dire: il tuo pensiero è anche il mio che se ne stava solo chiuso in qualche meandro del mio essere, sciatto e debosciato, mentre io non mi sognavo nemmeno di affaticarmi a trovare le parole giuste per tirarlo fuori da quel posto. Poi arrivi tu che risoluta gli dai questa bella ripulita e quello ora è qui tutto pimpante per andarsene in giro sottobraccio al tuo. Quindi abbi fede, ne riparleremo amica mia dell’essenza, stai sicura. Nel frattempo sappi che la mia è strettamente connessa con la tua.

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