Dovrei, amica mia, fermare il cervello che invece sembra scalpitare da un lato a un altro del recinto di questa domenica di riposo. Già, di riposo. Il silenzio, intanto che ci rifletto, è come un foglio bianco. E dopo la fatica delle parole, sarebbe opportuno acquietarsi in esso. Peccato non riuscirci, perché, ad esempio è difficile tenere a bada il desiderio di parlarne. E allora via di nuovo con il rumore, il mescolio delle idee con le parole. Dove eravamo rimaste? Certamente, non senza fatica, al tuo calesse. Dev’esser stato che  mi sono immedesimata  nel tuo viaggio, l’ho sentito tutto quel gran caldo del deserto. Tanto che  ho sudato ben oltre le solite sette camicie. Che poi d’accordo, uno se ne va a destra e a manca con questi pensieri, che da un viaggio tuo arrivo a uno mio che, pure se diverso, sempre con l’amore ha a che fare. Così, piuttosto che starmene nel silenzio di un meritato foglio bianco di riposo, mi faccio distogliere da questo ronzio sopra al cuore, un anelito che mi fa pensare a un’ape sopra un fiore. Intanto che te ne accenno, devo precisartelo che in questa ormai cortissima domenica pomeriggio rimasta a separarmi dalla domenica sera, che ahimè precede l’irrimediabile consapevolezza che un altro lunedì non è poi così lontano, resto paradossalmente e fuori tempo massimo comunque ancora attratta dall’idea del riposo. Questi sono dunque solo appunti che butto giù, lenta e stanca. Perché, se questo è il riposo, per me mi pare che si tratti sempre di una cacchio di fatica. Deve essere per via di quest’ansia da prestazione che mi assale (che chi sa poi che diamine mi devo prestare io, lo vorrei proprio sapere). Non  ci riesco a riposare e me ne sto qui a parlartene con il sottofondo delle canzoni  di Sanremo che (sì, lo so, sono così dannatamente popolare) mi fanno piangere. Ci sarebbe da chiedersi  come diavolo è possibile  emozionarsi per le canzoni di Sanremo e, lo so, mi assumo tutte le mie responsabilità per questa cosa, confidando almeno nella tua totale comprensione, visto che a te, in fondo come a me, per commuoverti, ti basta pure un carillon sentito per caso per la strada. Ma poi, amica mia,  resta comunque da capire perché devo prendere tutto sempre così sul serio,  che sembra  che per dire quello che voglio dire devo partire da Adamo ed Eva e scalare le montagne e Sanremo, la responsabilità, la domenica e il riposo. Mi dovrei rilassare, e pensare che se ho un pensiero ne potrei parlare pure semplicemente senza andare a scomodare tutta questa tiritera. Ad esempio,  se mi gira e rigira quest’urgenza di parlarti di quanto mi può commuovere  oggi la mancanza, basterebbe che ti riportassi una cosa come questa, che tu, poi dopo che l’hai letta, non me lo chiedi più perché mi piace assai l’idea di chiamarmi Prousta

Ogni impressione rievocava una impressione identica, ma monca, perché ne era stata tagliata via l’esistenza di Albertine, e non avevo il coraggio di vivere fino in fondo quei minuti mutilati che mi soffrivano in cuore. Anche quando Albertine cessò a poco a poco d’essermi presente nella mente e onnipresente nel cuore, soffrivo – come quando era là – se dovevo entrare nella sua camera, cercare l’interruttore, sedermi vicino alla pianola. Suddivisa in tante piccole divinità familiari, essa abitò a lungo la fiamma della candela, il pomo della porta, il dorso di una sedia e altri regni più immateriali come una notte di insonnia.”

Marcel Proust – Albertine scomparsa – Alla ricerca del Tempo perduto

 

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