Cara la mia Prousta, ti ho seguita dentro il tuo tempo proustiano, dentro quella memoria involontaria che si apre senza chiedere permesso, dentro quell’io defunto che torna a bussare a quello vivo. E su questo sono con te: il sogno non l’ho deciso io. Non sono andata a cercarlo. È arrivato. Ed è proprio per questo che continuo a chiedermi perché proprio quell’immagine, perché proprio in quel momento della mia vita. Da quasi dieci anni ero ferma, ferma nelle mie protezioni. Evitavo ciò che mi spaventava. Non prendevo più la macchina. Non mi esponevo. Avevo ristretto il mio mondo a ciò che conoscevo e controllavo. E le mie fragilità erano già tutte dentro di me da sempre. La paura dell’abbandono, il bisogno di sentirmi scelta, la sensazione di non essere abbastanza non sono nate con questa storia. Le avevo sempre vissute. Le avevo sempre subite. Ma non le avevo mai guardate davvero. Le trattavo come qualcosa che mi accadeva, non come qualcosa che mi apparteneva. Il sogno, quindi, non ha creato le mie ferite ma ha fatto qualcosa di più sottile, ha aggirato le mie difese. Se qualcosa dentro di me doveva finalmente muoversi non poteva farlo attraverso la paura, perché dalla paura io scappavo. Doveva farlo attraverso la sicurezza. Ed è qui che mi viene in mente Cappuccetto Rosso. Cappuccetto non entra nel bosco per affrontare il lupo. Entra perché deve andare dalla nonna. Entra perché pensa di andare verso qualcosa di familiare, di buono, di rassicurante. Il bosco è l’ignoto, ma ciò che la muove è la fiducia. Io sono entrata nel bosco così. Il sogno è stato l’immagine della nonna. La memoria dolce. La sicurezza che mi ha fatta muovere senza sentirmi minacciata. Senza quella rassicurazione non mi sarei mai mossa. Il lupo è arrivato dopo. E sì, in questa storia il lupo è stato lui. Ma non solo lui. Il lupo è stato l’incontro concentrato con tutte le mie paure insieme. È stato il travestimento. Perché ciò che sembrava sicurezza si è rivelato il punto esatto in cui le mie fragilità si sono accese tutte insieme. La differenza rispetto al passato non è stata la sofferenza. Ho sempre sofferto per le stesse paure. La differenza è stata l’intensità. Questa volta non ho potuto diluire il dolore nel tempo. Questa volta mi sono trovata davanti al lupo e non ho potuto fare finta di niente. Ed è lì che nasce il punto che per me è centrale. Il sogno non mi ha solo fatta alzare da un divano. Mi ha portata nel luogo esatto dove non potevo più evitare di guardare. Mi ha condotta, attraverso un’immagine rassicurante, verso la mia ferita. Non per distruggermi, ma per costringermi a scegliere. Subire ancora una volta o restare. Questa volta non mi sono limitata a soffrire. Mi sono fermata. Ho osservato il meccanismo. Ho visto che quelle paure non erano un destino esterno, ma parti di me che avevo sempre evitato di attraversare. Il cacciatore, in questa storia, non è arrivato da fuori. È stata la mia parte adulta ad intervenire. Tu parli di tempo che si decompone quando viene trascinato nel presente. Io oggi vedo anche questo: il sogno non è stato solo un ritorno del tempo perduto. È stato un movimento preciso della mia psiche. Ha trovato la via per aggirare la mia immobilità. Ha usato la sicurezza per farmi entrare nell’ignoto. E una volta dentro, non ho più potuto scappare da me stessa. Se riduco tutto a un errore resta solo il morso del lupo. Se lo guardo come funzione, vedo il lavoro che ne è nato. Non so se questo significhi guarigione totale. So però che significa volontà di guarire. E tra restare ferma e attraversare, io oggi scelgo di attraversare. Se questa è una rinascita lo dirà il tempo. Da Freuda devo riconoscere che il mio inconscio ha un gusto un po’ drammatico per le metafore. La prossima volta, se deve insegnarmi qualcosa, spero almeno senza travestimenti e dentature importanti.

Share:

Leave a reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.