Amica mia, la tua lettera evoca  in me molti pensieri di matrice proustiana e, se io fossi brava, adesso andrei a rimestare dentro alle idee, analisi, riflessioni contenute in quelle migliaia di pagine nelle quali staziono a bagnomaria da svariati anni e, dunque, rimestando rimestando me le farei passare tutte nel setaccio della mia mente per trattenere solo quelle giuste per le tue parole, quelle adatte cioè a un commento sul tuo racconto e le tue considerazioni. Questo, come ti ho premesso, se io fossi brava. Sono invece solo una Prousta  da strapazzo e, come tale, fluttuo nel magma proustiano, evanescente quanto sconfinato, alla ricerca della risposta che la tua lettera mi ispira e che mi si è posizionata a un passo dal cervello, forse meglio (se esistesse) nel retrocervello, lì dove cioè tutto di quell’opera immensa sul tempo mi si è andato a depositare. Ora lo so, cara la mia Freuda, che non è così immediato capire il perchè, a cospetto delle tue riflessioni profonde d’amore, io me ne stia qui a cercare la mia risposta parlandoti di Proust. In effetti, ti confesso che, data l’ora tarda, mi si è prima di tutto posizionato nella mente il motivetto “parlami d’amore Mariù“, forse per necessità di prendere tempo e semplificare e che, nella sua semplicità, mi pare poi pure abbastanza attinente. Mi si sono intrufolate, a seguire,  cose che all’apparenza non c’entrano niente, cose confuse tra cui predominava un appunto preso su un mio diario, uno con la copertina con Romeo, er gatto del Colosseo e che, se non ricordo male, abbiamo comprato insieme in un negozietto verso Via Cavour e nel quale, con una scrittura piuttosto di merda da decifrare, ho un giorno annotato considerazioni di un certo spessore filosofico e che testualmente recitano “con Anto affrontiamo i problemi dei massimi sistemi per imparare a vivere, tipo: non resistere equivale ad accettare? E ancora, vivere bene è un problema di terminologia? Accettare, non resistere, ondeggiare, come una canna al vento…” Tocca mettersi d’accordo e attaccare a risponderti shekerando tutto…

Cara la mia Freuda, eccomi, sarò la tua Prousta. Leggendo la tua lettera mi è venuto banalmente da canticchiare parlami d’amore Mariù. Ce l’ho infatti nella testa, questo motivetto, mentre cerco di prendere tempo e di riordinare il pensiero che, come un fuoco d’artificio, si espande a destra e a manca, riversandosi in mille rivoli che vorrei riuscire a descriverti ma non so davvero da dove cominciare. Intanto ti direi che il territorio in cui si muovono le tue riflessioni a me pare indubbiamente quello del tempo che, secondo me, qui la fa da protagonista molto più dell’amore. Tu dici bene quando scrivi che non si resuscitano i ragazzi che eravamo, una volta diventati grandi. In effetti il concetto sulla resurrezione dei nostri io defunti, di quegli io, cioè, che abbiamo salutato per sempre lasciandoli, con le mani giunte sul petto e gli abiti dismessi di ciò che un giorno siamo stati, in quel luogo che è il nostro passato, è un concetto assai prudente, a cui dovremmo forse dedicare maggiore attenzione. Perché,  se é vero tutto quello che ci hanno insegnato da piccoli, i morti non si devono andare a sfruculiare. Se infatti ci pensi, quanto potrebbero essere brutti e paurosi questi nostri io defunti resuscitati, morti viventi cioè che, per essere tali, potremmo pure chiamare zombie? Da che mondo è mondo, da questi si è sempre saputo che è meglio stare alla larga, pure se te li fai tornare alla mente con le sembianze innocue dei ballerini di Michael Jackson che ballano, adorabilmente, Thriller. Il pensiero, seppur espresso ironicamente, è serio parecchio perché il tempo è il tempo e, se lo vuoi ritrovare, questa non è certo roba semplice da fare. Ora, di certo il tuo sogno non è stata una cosa premeditata perché sarebbe come dire che tutta la base della psicoanalisi se ne può andare bellamente a carte quarantotto, con  l’inconscio e il filo rosso che regge il gran casino oscuro che ci portiamo appresso. Il tempo, dunque, se si può talvolta ritrovare, è solo grazie a un meccanismo non premeditato, inconscio e involontario. Ecco dunque che il mio primo pensiero rispetto alla tua storia si è delineato: se è vero che i morti non si devono sfruculiare, nel caso di un sogno mi pare evidente che sia l’io defunto a sfruculiare quello vivo, non il viceversa. Ora, d’accordo, l’avvocato del diavolo potrebbe a questo punto opporre l’obiezione che il tuo io vivo, al risveglio dal tuo sogno, poteva anche ignorarlo quell’altro tuo io morto e sepolto. Ma, vaccelo a dire a quell’avvocato da quattro soldi dei miei stivali che sì, è arrivato lui e le sue obiezioni! Ma se ne andasse a fare un giro e, soprattutto, a studiare che la vita non è mica tutta regolata da un codice civile o penale. Ci sono cose che sfuggono alla ragione, come appunto la materia e la potenza di un sogno. Prendiamo ad esempio il tuo.  Tu, mi pare evidente,  lì dentro a quel sogno non hai sentito più con il tuo cuore ma con quello del tuo io, appunto, morto e sepolto. Proustianamente parlando, cara amica mia, mi sembra proprio che tu ci abbia ritrovato il tuo tempo perduto, quello che per anni é rimasto imprigionato nelle cose del passato e che il tuo sogno ha un  giorno, tra capo e collo, liberato. Il perché questo sia accaduto, non credo che tu potrai mai saperlo fino in fondo. Non è semplice fare i conti con i nostri inconsci desideri. Ritrovare la verità di un amore potrebbe, come tu scrivi,  essere stato il tuo.   Ma, purtroppo, il ma è arrivato quando tu, quel tempo straordinariamente e involontariamente ritrovato, lo hai volontariamente trascinato dentro al tuo presente. Lì dove le cose sono cambiate, e gli zombie, ahimè, sono usciti fuori ad azzannarti da tutte le parti. Il guaio, amica mia, è che a questa disgrazia devi aggiungere l’aggravante che la memoria volontaria, a differenza di quella involontaria che fuoriesce in un sogno, non è pura, ma altamente corrotta e, ciò che è  ancora peggio, è che con tutta la sua corruzione, se ne va a ritroso a spandere i suoi nuovi colori, da memoria corrotta, anche su quelli acquerellati dei ricordi di ieri. Un po’ come dire: i ragazzi del tempo perduto che si ritrovano, come il tempo che hanno abitato, involontariamente grazie ad un sogno, volontariamente si sono poi buttati incautamente nell’oggi, inebriati e ubriacati dalla bellezza del sogno. Ma questo è stato come far prendere aria a una mummia, che, per forza di cose,  per questo si decompone. Quei ragazzi fuoriusciti all’aria dell’oggi, si sono trasformati in zombie che, oltretutto,  la memoria volontaria oggi sovrappone pure ai ragazzi di ieri, facendo perdere di questi, forse per sempre, i connotati che per tanto tempo se ne erano stati belli belli custoditi in un bel ricordo. Capisco il senso di tradimento, quella sensazione di aver lasciato le chiavi nella toppa della tua porta, fidandoti che nessuno ti avrebbe rubato quel ricordo. Il resto, cara amica mia, lo hai detto molto bene tu da brava Freuda. Il tempo trasforma e i ragazzi nella vita diventano adulti. Altre storie, altre persone.

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