Cara Alessandra, ci sono storie che non finiscono mai, o almeno così ci piace raccontarcela. Restano sospese, come un libro lasciato a metà sul comodino, che non chiudi e resta lì, e quando lo guardi ti ricorda che devi ancora leggerlo prima di arrivare alla parola fine. Il mio libro sul comodino è una storia che ho ripreso un giorno a leggere grazie ad un sogno. In una notte qualunque, ho ritrovato in quel sogno un ragazzo con il quale ho vissuto un bel pezzo della mia vita. Poi questa, come spesso accade, ci ha separati, senza fare nemmeno troppo rumore. Per lungo tempo tra noi è rimasto il silenzio, sì, proprio fino a quel sogno, così intenso che, al risveglio, mi è balenata l’idea che forse certe storie non finiscono, solo perché sono destinate a tornare. Ma la realtà, cara Ale, è che certe storie tornano perché siamo noi che le andiamo a cercare, e con esse le sensazioni e le certezze che si portano dietro, come quella di essere stati profondamente e veramente amati. Io, ricercando quella storia, riaprendo quel libro sul comodino, cercavo la certezza di essere stata amata. Quella di essere stata scelta,  importante, al centro. Quella sensazione che mi era rimasta dentro come una prova che, se mi sono sentita così, era tutto vero. Io volevo ritrovare quella verità. Credevo, con una certa ingenuità (che a cinquant’anni diventa pure commovente), di poter riportare in vita quei due ragazzi, come se il tempo fosse stato solo “pausa” e non “trasformazione”. I ragazzi, però, non si resuscitano quando ormai si è diventati grandi, e nemmeno le dinamiche. Quello che è seguito è stato struggente e, aggiungerei, distruggente. Perchè, amica mia, ho confuso la nostalgia con la profondità e l’intensità con il valore. Perché le storie interrotte hanno un grande vantaggio: non hanno avuto il tempo di deluderci. Restano perfette nella memoria, proprio perché incomplete. E noi, davanti a qualcosa di incompleto, tendiamo a immaginare il meglio. Il problema è che la realtà non è un sogno, è concreta. Ha limiti, confini, incoerenze. Non vive nei ricordi, ma nelle scelte quotidiane del presente. Io però questo non lo avevo ancora capito mentre mi ostinavo a combattere per quella verità che volevo risentire dentro di me. Finché ho capito che lo stavo facendo solo per un’illusione e che non stavo vivendo la bellezza di quell’amore rimasto sospeso nel tempo, come credevo, ma qualcos’altro nel mio presente che mi faceva invece male. Il tradimento del presente lo affronti da adulta, piangi, soffri, ti rialzi, hai una struttura, hai parole, hai strumenti. Il tradimento del passato è diverso. È più complicato. Perché non devi solo accettare quello che è successo oggi, devi rivedere completamente anche quello che, per tanto tempo hai creduto sia successo ieri. Devi mettere in discussione l’idea che avevi di te e soprattutto l’idea che avevi di lui. Devi accettare che forse quella ragazza aveva visto qualcosa che voleva vedere, non qualcosa che era davvero una promessa per sempre. E questo fa più male che chiudere una storia. Perché non stai lasciando solo una persona, stai lasciando un ricordo a cui eri affezionata. Per questo, forse, bisognerebbe fare attenzione, non solo alle persone che incontriamo, ma all’immagine che costruiamo di loro. Non solo a quello che ci dicono, ma a quello che noi aggiungiamo. A volte non torniamo indietro solo per amore. Torniamo indietro per ritrovare una parte di noi che si era sentita profondamente amata. Ma il tempo non conserva, trasforma, e ciò che non è cresciuto insieme a noi resta fermo. Siamo noi che ci muoviamo attorno. Le storie che sembrano non finire mai, a volte non sono eterne, sono solo incomplete, e incomplete, nella memoria, sembrano perfette.  Ora lo so.

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