Comincio la mia giornata cercando di raccapezzarmi tra una moltidudine di pensieri e di cose di cui ti vorrei parlare. Si confondono, sfumano e cambiano sempre la loro direzione. Mi gira e rigira per la mente lo spunto del filo rosso, quello che attraversa fatti distinti da non c’entrare nulla l’uno con gli altri, che finiscono comunque a unirsi tutti, quasi con un colpo di scena. Ma prima di tutto occorre dare una chiarita al significato di fil rouge e, per farlo, partire ad esempio dalla storia che il filo rosso era un elemento distintivo, e di appartenenza al regno, delle corde presenti sulle navi della marina inglese. Si intrecciava, quindi, alle funi e, tutte le volte che queste si imbrigliavano tra loro, era necessario seguirlo per districarle. Freud l’aveva utilizzato, poi, metaforicamente, per rendere la sua idea dell’inconscio e del desiderio. La cosa si fa quindi interessante, al punto da farmi sospettare  che il sognificato del filo rosso andrebbe approfondito meglio. Ad ogni modo, cara amica mia, posso senz’altro dirti che il fil rouge che ha attraversato questi giorni è stato parecchio inebriante e profumato. Ecco, allora, sull’onda di questa pseudo smania narrativa, sarebbe bello riuscire a renderti a parole la fascinazione che io subisco a volte dai fatti e dalle cose e, talvolta, anche dalle persone. Partiamo ad esempio da un punto che, ad occhio e croce, potrebbe essere il bandolo della matassa del filo rosso aggrovigliato, e mettiamo il caso che questo bandolo sia  il campioncino di profumo disperso nel cassetto del mio comò. Da qui, una molecola sconosciuta ha cavalcato una qualche nota che, per quel che ne sapevo, poteva indistamente essere di testa o di cuore ma, mi ci gioco i cosiddetti, sono quasi certa che si  sia trattato di una nota di fondo. Ha viaggiato alla scoperta dell’oud, inerpicandosi su per il naso e, attraverso cunicoli bui di vene e di arterie, si è confusa con il sangue e si è buttata  a mollo nel cuore. Deve essere stato questo tuffo la malinconia che ho provato, e tutto intorno si è sparso il cioccolato bianco. Sì, decisamente questo, lo sprofondo.  Il fil rouge si è dunque dipanato nel mio fondo. Tra note di ambra grigia e muschio è rimasto a penzolare, come una liana, dall’albero alto dei profumi di lusso, che spesso sono di nicchia e artigianali e qui a Roma, guarda un po’ il caso, i migliori sono di origini molisane. Vedi allora amica mia che il fil rouge va seguito, perchè è un desiderio misterioso e profondo che da qualche parte ti deve portare, come l’inconscio di Freud che ti conduce nella vita quando ti parla nei sogni. Però adesso fammi raccapezzare, che deve essersi arrotolato un po’ troppo su se stesso questo mio fil rouge profumato. Quindi? dove sono rimasta? Ecco, sì, ai profumi di lusso e di nicchia con le note di testa, di cuore e di fondo e che la storia delle note deve essere antica se, pure a Palazzo Bonaparte alla mostra di Mucha, ne trovo traccia. Tra splendide fattezze di donne bellissime e fiori, ecco che rispuntano i profumi e le boccette e le atmosfere dei miei burroni. Navigo su navi dove il mio fil rouge si distrae con quello di altre funi a bordo, forse di navi francesi, ma io cerco di rimanere concentrata sull’obiettivo di sbrogliare la mia di  matassa, che si infittisce quando arrivo all’esposizione di gioielli e pietre preziose  e riconosco la Malachite. Guarda tu un po’ il caso: mia sorella mi aveva appena raccontato che Ester le aveva raccontato che mia madre le aveva raccontato, nel suo lunghissimo sogno dell’altra notte, qualcosa sulla Malachite. La coincidenza mi illumina d’immenso  e sono praticamente certa che il fil rouge mi stia conducendo ad acquistare una Malachite che, ne sono oltremodo certa, mi proteggerà da tutto il male del mondo. Intanto, me ne torno sfranta a casa dal male alla schiena, dopo aver circumnavigato Piazza Venezia,  lei sì bloccata dal male del mondo (quello di cui sopra che la  Malachite dovrebbe in qualche modo fermare, intanto che l’unica cosa ferma è il traffico di una milionata di turisti a piedi, ed in coda ai semafori, dove non si capisce più niente, tra i verdi e i rossi invertiti e le indicazioni dei vigili per la strada). Ho imprecato , tra me e mia sorella, parecchio, dicendo ad alta voce, ma a me chi cazzo me lo ha fatto fare di vivere a Roma! e roba di questo tipo.  Sono stata in piedi almeno tre ore e alla fine, ciliegiona sulla torta, mi stavo pure a scervellare su uno dei miei dilemmi esistenziali se comprare o no un poster di Mucha sulla luna. L’indecisione ha dato il colpo di grazia alla mia povera colonna vertebrale, già seriamente compromessa.  Il fil rouge, come il mio profumo, si è disperso nel vento, che mi ha scompigliato pure tutti i capelli.

Il poster sulla luna non l’ho comprato e me ne sono tornata a casa maledicendomi per non averlo fatto e pensando a come si possa raccontare con una storia un profumo. Mi sono affidata a Matilda Morri, che di storie e di profumi se ne intende e te li racconta tutti, pure quelli che sanno di fiori recisi da cimitero (che davvero davvero esiste un profumo che sa di quel profumo lì, di cimitero?) Il fil rouge si mette sull’attenti, tanto da scoprire che, figurarsi,  ci sono profumi che sanno di terra rivoltata, di pietre tombali o dal nome di opere del tipo Lascia ch’io pianga o che raccontano la storia di una cattedrale disabitata e di un fantasma. Rifletto e, cara amica mia, devo convenire che il  mio profumo, che nel frattempo non riesco piu’ sentire perchè mi sono presa il raffreddore, sebbene semplicemente sappia di oud, e di  una nota di fondo di fil rouge  aggrovigliato, mi piace, ne sono certa, di piu’ di un profumo da cimitero.

Mostra su Alfons Mucha – Palazzo Bonaparte Roma

Alfons Mucha – La Luna

 

Matilda Morri e il profumo che sa di cattedrale abbandonata

 

 

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