Cosa significa essere adulti?
Una volta dissi a una psicologa: Ho difficoltà a capire se sono un’adulta. Lei mi rispose: Paghi le bollette? Paghi l’affitto? Ti alzi la mattina per lavorare? Allora sei un’adulta. Quella risposta credo sia stata una delle più grandi delusioni della mia vita. E, per fortuna, non mi ha mai convinto. Perché pagare le bollette è organizzazione. Essere adulti è un’altra cosa. Io l’ho capito tornando con il pensiero a una pedana, quelle dei tempi delle elementari. C’era una maestra vestita completamente di nero, che sapeva di naftalina. C’era la sua alunna preferita seduta al primo banco, la più bella, la più dolce, quella con la mamma perfetta. C’era una classe intera che guardava. E c’ero io. La maestra non si è limitata a sgridarmi. Mi ha sgridata davanti a tutti. E poi mi ha picchiata. Davanti a tutti. Ha usato la voce per umiliarmi e le mani per colpirmi. Avevo voglia di piangere. Una voglia feroce, che mi bruciava la gola e mi riempiva gli occhi. Ma non ho pianto. Ho sorriso. Ho sorriso per non crollare. Ho sorriso per rassegnazione. Ho sorriso mentre nessuno mi difendeva. Ho sorriso per non sentirmi ancora più piccola. Quel sorriso era un sorriso tragico. Dentro c’era vergogna, umiliazione, solitudine. Ma non c’era rabbia. Solo tanta rassegnazione. Per anni quella bambina è rimasta sofferente in un angolo buio da qualche parte. E io sentivo dolore, ma non capivo perché. Sentivo solitudine. Sentivo smarrimento. Sentivo rassegnazione. Ma non sapevo dare un nome a quelle cose che sentivo e ci sono voluti anni per dare luce a quella bambina. Ancora oggi lotto con questa parte di me. Ho permesso, negli anni, che alcune persone riconoscessero quella fragilità, non per proteggerla, ma per usarla. Ho permesso che qualcuno ci giocasse con quel bisogno di essere vista. Che qualcuno lo accarezzasse, anche solo per quel poco che bastava per tenermi lì, con la convinzione che solo restando, solo compiacendo, solo mendicando un po’ di attenzione, io avrei sofferto di meno. Avevo paura di esporre le mie necessità, di dire Questo mi serve. Questo mi manca. Questo non mi basta. E così finivo sempre in secondo piano. Mi adattavo, capivo, aspettavo troppo. Ma la cosa più pesante è che per anni non ho avuto la più pallida idea di cosa io avessi bisogno. Ancora oggi, a volte, mi fermo e mi faccio una domanda semplice: Anto, di che cosa hai bisogno? E resto in silenzio. Perché non sono abituata. Non sono abituata a chiedermelo. Non sono abituata a pensare che la mia risposta abbia diritto di esistere. Sono abituata a capire gli altri. A intuire gli altri. A sentire gli altri. Ma me stessa molto meno. Finché ho capito cosa significa essere adulti. Essere adulti vuol dire guardarsi. Essere adulti vuol dire osservarsi. Vuol dire riconoscere quando quella parte sofferente viene fuori, quando sta per prendere il controllo, quando sta per rimetterti nella posizione di chi soffre, di chi si sente meno, di chi aspetta di essere salvato. Essere adulti è accorgersene un attimo prima che il copione si ripeta. L’adulto capisce. L’adulto riconosce. L’adulto salva. L’adulto discerne. L’adulto guarda. L’adulto non giudica. L’adulto protegge. L’adulto non solo protegge il bambino, ma gli insegna a riconoscere i propri bisogni e a non vergognarsene. Può sembrare un semplice elenco di cose retoriche, ma per me non si tratta di questo. Scrivere queste parole significa dare loro forza. Significa rafforzare quella parte. Significa ricordarmi chi voglio essere quando la bambina trema. L’adulto non mendica attenzione. L’adulto non baratta dignità per un po’ di luce. L’adulto sceglie. E se non è scelto, resta comunque intero. Non paga solo le bollette. Scende nell’angolo buio. Resta. E dice a quella bambina: Adesso ci sono io. Essere adulti è questo. Non abbandonarsi più.
E comunque le bollette le pago, vado a lavorare e pago anche l’affitto. La pedana la sto sistemando.