Cara amica mia, come diresti tu … cazzo e mo’? E mo’ cosa ti rispondo io dopo queste parole che mi hanno fatto tremare il cuore? Tu da brava Freuda (leggi Froida), quale ti ho battezzata, volti la pagina della diatriba maschi contro femmine e approdi al nuovo capitolo psicologico del cosa vuol dire essere adulti. Ci sarebbe da cominciare ancora con un minchia signor tenente ma quello me lo sono già giocato per ben meno (visto che qui la minchia è di certo più consistente). Ma amica mia, non farmi essere volgare. Anche se, per prima cosa, quello mi viene di essere leggendo ciò che tu hai raccontato. Intanto perchè la fatica di buttare fuori certi ricordi…minchia signor tenente e che fatica che è! Noi della nostra generazione (ultracinqantenni) siamo più o meno tutti rimasti pesantemente segnati dalla nostra infanzia, in particolare da quel genere di maestre di una volta che non andavano per niente per il sottile e che esercitavano la loro funzione educativa e pedagogica con massicci schiaffi sulla faccia, pizzicotti carichi di livore, orecchie da asinello da indossare al minimo errore, sgridate e denigrazioni varie e chi più ne ha, più ne metta. Gente che ai tempi aveva fama di essere un’ottima maestra, oggi come minimo si beccherrebbe la galera. Mi verrebbe quindi da dirti, amica mia carissima, che essere adulti prima di tutto significa capire il nesso tra la causa e l’effetto di tutte le nostre azioni, che, se la tua maestra lo avesse avuto allora a mente bene cosa questa cosa significava, avrebbe di sicuro consolato quella piccola bambina che non aveva colorato bene il suo disegno e le avrebbe insegnato con pazienza a farlo, senza fare, ahimè, quel che invece ha fatto. Ora, Anto mia, ci sarebbero milioni di parole da dire rispetto a quello che hai scritto. Ad esempio che sei stata saggia a non fidarti di chi voleva farti credere che essere adulta significa solo pagare le bollette e andare a lavorare. Sei stata coraggiosa a scendere al buio le scale per andare a ritrovare il tuo ricordo. Sei stata tenera quando hai trovato in un angolino al buio la bambina che tu eri che piangeva. Sei stata grande ad avvolgerla nel tuo abbraccio e consolarla. Sei stata capace quando hai realizzato che essere adulta è prendersi cura di te senza aspettare che lo facciano gli altri. Sei stata forte ad affrontare il tuo dolore per capire finalmente che nella vita il dolore non si può evitare ma solo attraversare per ascoltare quello che ci deve insegnare. E infine, che sei stata sfortunata ad aver avuto quella maestra lì, così poco adulta da ignorare colpevolmente il nesso tra la causa e l’effetto e che, per questo, non lo avrà mai saputo per quanti anni i suoi schiaffi e le sue umiliazioni hanno rimbombato dentro al tuo cuore. Potrei, amica mia, dirti queste e altre cose, ma te ne dico solo un’altra e cioè che oggi non so se è la parte mia adulta che consola, insieme a te, la te bambina, o la parte mia adulta che consola la te adulta, o la parte mia bambina che consola la te bambina. Insomma, in tutte le combinazioni possibili, siamo in parecchie, non ti sentire sola.
Disegno di Stefania Mirra
