Cara Alessandra, io parto sempre dalla stessa premessa, così mettiamo subito le carte in tavola: quando leggo la parola filosofia mi viene automaticamente da pensare che forse ho sbagliato tavolo. Non perché non mi piaccia, ma perché dentro di me scatta quella vocina che dice: ok, adesso serve un cervello più attrezzato del mio. Io infatti appartengo alla categoria di quelli che, davanti a certi discorsi, fanno finta di capire, annuiscono piano e poi, cinque minuti dopo, si chiedono se stanno ancora parlando della stessa cosa o se nel frattempo il pensiero è partito per conto suo. È un talento, se vogliamo chiamarlo così. Però, ed è qui che forse ho colto qualcosa di quello che dici, l’idea che anche gli ignoranti possano avere cittadinanza nella filosofia, mi mette di buon umore. Perché io ignoro parecchio, ignoro con costanza, ignoro anche con una certa disciplina. E sapere che questa ignoranza non mi squalifica automaticamente dal pensare è già un grande sollievo. Se poi devo essere sincera, io non so dire con sicurezza se idea e pensiero siano la stessa cosa o due cose diverse. So solo che l’idea, quando arriva, arriva a tradimento, e il pensiero, quando arriva, spesso mi chiede un caffè e una sedia perché si stanca subito. Per questo, più che scendere negli abissi, io resto volentieri dove tocco ancora il fondo con i piedi. Quindi sì, se ho capito bene, nella filosofia terracquea, c’è spazio anche per chi non brilla, per chi non elabora troppo, per chi si perde e poi si ritrova dicendo vabbè, riproviamo domani. E questa cosa, da ignorante dichiarata, la trovo estremamente rassicurante. Perché alla fine, forse, fare filosofia non è sembrare intelligenti, ma permettersi di pensare senza vergognarsi di non sapere. E se è così, allora magari, senza accorgermene, un po’ filosofa lo sono anch’io.