E mo’ che si fa quando tu scrivi una roba così e io devo rispondere, che già sto sudando. Perché tu parli di dolore, di solitudine, di cose serie, alte, e io nel frattempo sto pensando: ok, respira, non dire subito una cazzata. Spoiler: la dirò. Ma prima ti dico come vivo io il dolore, che è molto meno elegante di come lo racconti tu. Io, quando ho un dolore, di solito scappo. Mi spaventa. E allora faccio cose. Faccio molte cose. Dipingo una libreria di verde, uno specchio nero lo faccio diventare giallo, oppure un vecchio comò di mia nonna, avrà meno di cent’anni, ma non di molto, che decido diventerà fucsia. Mi iscrivo a un corso di tango, decido di fare equitazione, faccio foto, mi invento qualcosa di nuovo. Sempre nuovo, sempre altro. È qui che la cicala prende il sopravvento: canto, mi muovo, mi distraggo, pur di non sentire quel dolore. Però è anche vero che, a un certo punto della mia vita, ho capito che quel dolore non potevo più evitarlo. Non potevo più permettermi di evitarlo: avevo finito le scuse. Non potevo più limitarmi a cantare, ballare o dipingere. E così ci sono entrata, in quel dolore, fino in fondo. Non perché non avessi paura, anzi, mi faceva paura eccome, ma perché avevo capito che era il momento giusto, che non potevo più rimandare. E soprattutto perché sapevo che, questa volta, c’era chi poteva sostenermi. Eri tu. Eri tu che mi sostenevi, che hai fatto come si fa con le persone ubriache: tieni loro la testa quando hanno bisogno di vomitare. E tu in quel momento era come se sapessi benissimo quello che stavo provando. Forse perché certi dolori, non tutti, ma alcuni sì, sono comprensibili. O forse perché non serve capire tutto per restare. Fatto sta che tu sei rimasta. E per me questo ha fatto la differenza. Quindi sì, hai ragione: il dolore è sempre tuo. La solitudine sta nel fatto che nessun altro può sentirlo al posto tuo. Ma per me il dolore è anche qualcosa che attraversi meglio quando qualcuno resta, quando chiedi aiuto, quando smetti di far finta di farcela da sola. O quando smetti di scappare. Nessuno ti salva dal dolore. Ma insieme a un’altra persona, ed è qui che la solitudine svanisce, decidi di starci dentro senza perderti. Detto tutto questo, però, lasciami dire una cosa: che fatica, Alessà. Che fatica fare la filosofa. Che fatica che ho fatto a rispondere a questa lettera. E scrivendo tutto questo, mi sono anche resa conto che se c’è da dire una cazzata, nel momento più filosoficamente alto, guarda caso, so già che a dire quella cazzata sarò io.

E mo’, mi devo riposare.

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