Alla fine della fiera credo che la fatica di tutti i giorni sia quasi completamente finalizzata alla necessità di distrarsi. Da un pensiero, un ricordo, un dolore. Ad esempio, se mi sveglio la mattina e mi fa male una gamba, faccio una discreta fatica per individuare un altro dolore che mi distragga e che non mi ci faccia piu’ pensare. Passare dunque da un dolore a un altro per necessità di distrazione. Detta così la questione pare triste parecchio, ma tant’e’ la vita. Triste parecchio. Io comunque tutto questo te lo racconto con una certa dose di ilarità, davvero, che mi piacerebbe se trapelasse fuori da queste parole. Perchè se mi dici che ogni tanto tu mi ricordi di ridere, bè io ti prendo sul serio amica mia e mi ci impegno a ridere, anche di tutti i maledetti dolori quotidiani da cui diventa sempre piu’ urgente distrarsi. Che altro fare sennò ? Piangersi addosso potrebbe essere un’alternativa, e questo modo di dire, appunto del piangersi addosso, guarda un po’ come si sistema bene con quel pensiero sulla solitudine della vita che mi era balenato nella mente mentre ti raccontavo l’altro giorno del ricordo di me al capezzale di mia madre, dopo aver ascoltato il ritornello del Cantico dei drogati di Faber. Certo il pensiero viaggia a velocità stratosferica e, se non lo fermi in un appunto, ormai è bello che dimenticato nel giro di un secondo. Invece valeva la pena soffermarsi sul concetto che il dolore non si puo’ raccontare. Ci si puo’ provare, ma resta sempre che quello che scopre Drogo, è di una verita’ sconvolgente e te ne volevo parlare prima che tu mi ricordassi di ridere ogni tanto. Il problema, quindi, è che non è che non posso fare a meno della profondità, e nemmeno che la profondità sia poi sempre roba legata a malinconia, tristezza e dolore. In questo caso è solo una questione temporale di argomenti di cui trattare, fermati in un appunto. Tu poi mi vai a sconciare i piani e mi parli di ridere mentre ancora ho in punta di cervello il concetto della solitudine della vita e dell’impossibilità di condividere un dolore. Ma tant’e’ la vita, che mentre ti piangi addosso perchè sei stramaledettamente solo in un dolore stramaledettamente irracontabile (e sei solo, porco cane, proprio come dice Drogo), ti fa ridere per qualche stronzata e, ancora, ripensare, ad esempio, a mia madre che mi scriveva Ridi Ale, ridi! e mi fa quindi commuovere e piangere e poi di nuovo ridere, pensando a qualche cazzata che tu mi hai detto e che mi ritorna in mente in un momento in cui proprio non c’entra un tubo. Insomma, amica mia, mi sa che anche una bella risata può essere profonda, arrivare cioè da quel fondo che non si sa ancora cosa sia ma le cui note sanno di muschio bianco, vaniglia e ambra grigia. E così, nella profondità di questo fondo profumato, io passo dalla risata al pianto che, come le correnti calde e fredde che attraversano il mare, mi riattivano la circolazione e mi fanno sentire meglio la vita.
“Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.”
Dino Buzzati – Il deserto dei Tartari