Alla fine, gira che ti rigira, sempre da Proust si finisce per parare. Mi chiedo se lo sospettava che un giorno lontano nel futuro, milioni di minuti in avanti rispetto alla sua morte, il suo cuore pulsante avrebbe continuato a battere forte. Ha preso il volo dall’inchiostro e le parole, dalle notti passate a scrivere, illuminate dalla luce fioca delle candele e da quella accecante delle sue idee.  Mi chiedo se lo immaginava, sospettava, desiderava, che un’ Alessandra De Blasio qualunque, un puntino sparso nello spazio, spostato un centinaia di anni in là rispetto al suo tempo e ondeggiante in quell’altro di Tempo, che forsennatamente lui ricercava tessendolo come una tela immensa, come un ricamo di tombolo con il filo pregiato dei suoi pensieri, intrecciati dalle mani esperte e veloci delle parole, ecco, se lo credeva possibile che quel suo cuore avrebbe un giorno continuato a propagare il suo anelito vitale ancora, ancora e ancora.  Mi emoziona questo sentimento di gratitudine che provo quando, a un passo da un’indistinta vertigine che non riesco a decifrare, posso rifugiarmi in lui che lo aveva intuito, compreso quanto fosse profonda la profondità di quel che sentiamo.

Caspita che amore che mi suscita Proust, amica mia. Tanto da farmi salire le lacrime agli occhi se ci penso.

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