Oggi parliamo…
🎤🎧…di una strana nostalgia di vita paesana non vissuta e del libro di Fernando.📗😌

Staziono in terra molisana ancora crogiolandomi nelle sensazioni nostalgiche, persino verso vite mai vissute. Quelle delle quali qualche amico romano mi chiedeva notizia. Sì proprio della vita nel paesello. Immaginavo di rendere l’idea, da provincialissima quale sono, di una sorta di contadinotta emigrata nella grande città, che ritornava nelle feste comandate al suo borgo natio, tra galline e pulcini, nella campagna da lavorare, a mietere il grano o a vendemmiare. Invece, di quella vita del paesello, nemmeno l’ombra. Io che ho sempre guardato con una certa invidia chi ce l’avesse tra i ricordi o a portata di mano della terra d’origine, pure abitando nella metropoli. In effetti mi sarebbe piaciuto custodire e rinnovare tradizioni come solo le vite dei paesi sanno fare. Quelli che affrontano il freddo e la solitudine degli inverni ma che gioiscono d’estate con il brulichio di chi rientra, del fuorisede di ritorno che finalmente può spogliarsi degli abiti cittadini e infilarsi la canottiera bianca della vita da paese, quella con la casa sempre aperta, con le chiavi attaccate fuori la porta. Mi sarebbe decisamente piaciuto. Essere, per esempio, figlia di Tizio o di Caio o di Sempronio ed avere quell’appartenenza per cui al mio passaggio davanti alle signore sedute a fare l’uncinetto, qualcuna avrebbe detto: questa appartiene a zi Tizio o a zi Caio o zi Sempronio. Ancora di più mi sarebbe piaciuto avere un soprannome.

Me ne vado fantasticando sulla mia nostalgia della mia vita paesana mai vissuta in questa mia terra molisana affascinante e sconosciuta e, nel mentre staziono in quella cittadina nel capoluogo di Regione, dove sì a casa ci arrivavano pure le uova fresche delle galline però, diciamo per vie traverse, non direttamente come se avessi abitato in un paese con un orticello e un’aia tutta mia e, nel mentre ci penso a quei borghi, a quei vicoli di paesi bianchi, di pietra e legno e vecchietti con i cappelli, con l’ape, il tre ruote con la legna nel rimorchio, con i camini accesi, con le soppressate e le salsicce, con le ricotte e i caciocavalli, con le tradizioni delle feste e dei mestieri, mentre sto lì a fantasticare e immaginare, mi ritrovo in un punto letterario con Fernando, in uno di quei vicoli di vita in cui dopo troppo accartocciamento su me stessa è stato naturale riguardare fuori puntando agli occhi e al cuore di qualcun altro simile a me. Chi meglio di Fernando? Anima aperta e attenta. Anima accorta e pure accortissima. Molto più di me, indubbiamente e innegabilmente mancante. Mi ritrovo così tra le mani il suo libro, sfogliato e messo da parte da leggere in un buon momento, arrivato per fortuna, anche se in ritardo. Mi dico, comunque, fortuna che sia arrivato, nel mentre con una certa letizia ne leggo scorrevolmente, piacevolmente, allegramente le pagine belle, lisce e delicate, perdendomi nel passato delle sue foto antiche.

Mi dico che le prove d’amore vero sono sempre commoventi e belle anche quando fanno sorridere e gioire. Mi faccio tante risate a leggere gli aneddoti con i dialoghi in lingua originale e me lo vedo Fernando piccolino e chiacchierino in quel suo paesino amato ai confini del Molise, tra tutti quei personaggi, il campanaro, il banditore, il dottore, il carabiniere, il parroco e il mendicante. A trarre da questi la vita, come quei piccoli aiutanti dei mastri dei mestieri, nel mentre si imparava l’arte per diventare sarti e barbieri, falegnami e fabbri, stagnini e calzolai e i grandi vecchi si costruivano da soli le bare per morire.

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