L’estate era finita, il suo solstizio si era tolto di mezzo lasciando il passo all’equinozio d’autunno. Quel giorno sarebbe stato uguale alla notte e questo portava a un presagio di perfettissima perfezione. Ad anticiparlo c’era stato un equinozio altrettanto perfetto nell’istante in cui la traiettoria dei suoi occhi per l’eclittica della vita avevano incrociato l’equatore dello sguardo del cielo. Solo pochi giorni prima c’era stato dunque e di certo un equinozio celeste ad anticipare quello di autunno. Aveva a questo fatto i suoi ossequi, come un gentiluomo che si tolga il cappello in segno di saluto. Con quel gesto le aveva restituito l’anima. Se l’era ritrovata adagiata sull’iride colorata, appoggiata sulla pupilla nera e così, tutta esposta al celeste di quell’equatore, in un battibaleno si era illuminata, riscaldata e finanche rianimata.

Con l’anima di seconda mano, ritornata nuova di zecca, aveva sbrilluccicato, specchiandosi in quel sogno fatto di aria azzurra e di cielo. In un luogo a metà strada tra il dormiveglia sul divano ed il sonno mentre fuori da quello tutto aveva cominciato ad andare verso il male, a dispetto di equinozi e presagi, di perfettissima perfezione. Al risveglio il cielo lo ritrovò infatti caduto per terra. Si era rotto in mille pezzi che lei aveva provato a raccogliere, ferendosi solo le mani. Era rimasta lì in silenzio a guardarle sanguinare, con i pezzi di cielo tutti intorno ai suoi piedi. Poi il nero era infine arrivato, ad avvolgere tutto.

Share:

Leave a reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.