I giorni, a parte Proust, correvano. Anche su quell’incomprensibile propensione di dover scandire l’esistenza, a ogni evento o cambio di stagione, anche a ogni costo, con i soliti nuovi propositi che, fissando ogni volta il passo, dando l’illusione di un “ricominciare”, a lungo andare facevano solo un capolino piuttosto sonnacchioso nella testa, mentre lì, dalle ceneri di quelli passati, e anche più o meno falliti, risorgevano malmessi, come arabe fenici invecchiate che arrancavano sotto i reumatismi del tempo e del disincanto che, appunto ormai, così poco incantava. Di contro c’era che, ascoltando sempre più minuziosamente i moti della mia anima, in qualche modo sentivo gioiosamente rinvigorita la pazienza. A dispetto di ogni cosa, ringiovanita. Avrei potuto quantomeno trovare in questo la chiave. Per sistemare, riordinare tutta intera la mia vita così come mi era successo in qualche mattinata tenue, quando questa me l’ero immaginata come un fiore bianco e bello e tondo di magnolia.
“Come un pappagallo verde su un ramo grigio di inverno”

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