Oggi mi sveglio con il dilemma su chi o cosa sia mai uno scrittore. Sarebbe comodo appoggiarsi alle definizioni dei vocabolari o ancora meglio a quella immediatamente accessibile di wikipedia che alla parola scrittore fa seguire: “Chiunque crei un lavoro scritto, sebbene la parola designi usualmente coloro che scrivono per professione e chi scrive in diverse forme o generi più o meno codificati.” Il che, in finale, dice tutto e niente e la dice piuttosto lunga su questi fantomatici scrittori. In effetti a pensarci non esistono scuole dalle quali ci si diploma scrittore. Non esistono corsi di laurea per la professione dello scrittore. Chiunque crei un lavoro scritto può quindi definirsi scrittore? Oppure chiunque scriva per professione può a sua volta definirsi uno scrittore? Uno pubblicato da una casa editrice è di default uno scrittore? Oppure uno che si autopubblica un libro è di default un non scrittore? Leggevo una volta che Proust si autopubblicò “La strada di Swann” che esponenti di rilievo nello scenario dell’editoria non ne volevano sapere di pubblicare. E lo so che Proust è Proust ma il sospetto che non sia stato il solo nella storia degli scrittori ad aver percorso certe strade ce l’ho. Utili al mio dilemma potrebbero essere i consigli di Umberto Eco che a un aspirante scrittore consigliava di fare la gavetta, frequentare ambienti letterari, fare umilmente esperienza. Avere dunque l’umiltà di non sentirsi uno scrittore e frequentare quegli ambienti dove se non sei uno scrittore gente che ci crede molto più di te di essere uno scrittore può decidere a seconda della maggiore o minore spocchia che lo caratterizza di degnarti o meno di uno sguardo dall’alto della sua qualità di … scrittore. Tuttavia, nonostante l’ambiente letterario sia poi governato dalle stesse identiche logiche di qualsiasi altro ambiente professionale (secondo me piuttosto tendente al basso e molto poco all’alto ideale a cui ero un tempo portata a credere) tanto di cappello a Umberto Eco che, a mio avviso, consigliava sicuramente per il meglio. Il mondo però, inutile anche dirlo, ha preso una brutta china. Le cattive abitudini predominano sempre più su quelle buone, i comportamenti virtuosi soccombono frequentemente al cospetto di quelli scorretti. La lenta maturazione della conoscenza lascia sempre più spesso il passo alla velocità e alla superficialità dell’apprendimento e delle esperienze. E quindi anche i buoni consigli di Eco per lo più restano buoni consigli. Tutto il resto, come direbbe Califano, “è noia”.  Oggi basta credere in sé stessi e nelle proprie capacità per poter ambire ad essere vincenti. Siamo nell’era del tutto subito. E nell’era dei vincenti. E se non si è tutto subito automaticamente si è niente per sempre.

Mi sono spesso chiesta se posso definirmi una scrittrice.  Me lo sono chiesto considerando il mio rapporto con la scrittura. Me lo sono chiesto sapendo bene che scrivere non è il mio mestiere. Me lo sono chiesto pensando ai tanti scrittori che non scrivono per mestiere e ai tanti altri non scrittori che invece scrivono per mestiere. Me lo sono chiesto considerando che scrivere, spesso, non mi procura alcuna gioia ma anche con la certezza che non potrei mai esistere senza scrivere. Sì, me lo chiedo molto seriamente sempre se sono una scrittrice ma non con la modestia di chi sente dentro l’urgenza di una rivalsa, quella spinta che spesso nasce dalla frustrazione di non essere considerati come l’ego richiederebbe ma che non si ha il coraggio di assecondare fino in fondo e la si lascia ogni tanto trapelare, come un palloncino sgonfio, in parole fintamente umili su sè stessi.  E nemmeno me lo chiedo con il piglio superbo tipico di quelle primedonne tronfie, al pari delle parole che scrivono, tutte concentrate sulla smania di sfavillare come stelle in un universo a pochi eletti predestinato. Me lo chiedo in relazione alle mie necessità ed urgenze. Me lo chiedo considerando la voglia che ho di comunicare qualcosa di quello che ho dentro. Me lo chiedo avendo capito che non mi importa un accidente di niente il modo o il mezzo con cui lo faccio ma sapendo bene che se qualcuno legge quello che scrivo mi arreca un grande piacere senza per questo sentirmi vincente. Me lo chiedo con la consapevolezza che i libri in cui credo non sono beni di consumo. Non sono assoggettati alle logiche di mercificazione del commercio e del mercato. Me lo chiedo con la certezza che i libri in cui credo sono scritti da scrittori che non hanno bisogno di assoggettarsi a logiche di mercificazione e di mercato. Al marketing tipico di  qualunque bene di consumo. I libri in cui credo non sono beni di consumo. I libri in cui credo sono beni. Che non si consumano ma si tramandano senza alcuna scadenza. Mi chiedo se sono una scrittrice secondo quello in cui credo. Mi chiedo se posso sentirmi una scrittrice pur non essendo nell’Olimpo delle nicchie autoreferenziali e nemmeno nelle caste dei monopoli che comandano tutto. Me lo chiedo conoscendo bene i miei limiti e che non sono una persona di grande cultura ma anche se essere una persona di grande cultura sia condizione necessaria e sufficiente per essere uno scrittore. Me lo chiedo avendo avuto l’opportunità di pubblicare i miei scritti con una piccola casa editrice di tutto rispetto, retta dal lavoro di ragazzi che credono in quello che fanno e, soprattutto, nella scrittura e a cui io auguro tutto il bene del mondo. Me lo chiedo rileggendo le pagine, i racconti che ho scritto. Con la maturata certezza che, sì, io consiglierei di leggerli perché sono ben scritti e vogliono dire qualcosa e perché, senza modestia ma senza nemmeno superbia, li ho scritti secondo quanto per me significa essere uno scrittore. Il che non fa di me sicuramente una scrittrice ma mi lascia comunque la speranza di essere sulla buona strada.

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