Un racconto sulla suggestione del ricordo e il dispiegarsi della memoria tra luoghi geografici che diventano luoghi dell'anima. Quelli tra cui un fuorisede rimane incastrato per sempre. Una storia di andate e ritorni, dal respiro corto e freddo della piccola città di provincia, all'illusione dell'aria inebriante della grande città.

L’ Amore di cui Fernando parla nella sua lettera è quello che riunisce anche cuori sconosciuti, avvicinandoli in un comune sentire. Essere riuscita, per il tramite di quell’Amore, a rendere sue le mie emozioni, pur se dettate da avvenimenti di vita differenti e distanti nel tempo e nello spazio, mi riempie di gioia e di volontà di proseguire l’arduo, seppur per me ormai necessario, percorso della scrittura. Sono le persone come lui che danno senso alla fatica che questo richiede.

“Cara Alessandra, anche se ormai sono 57 anni che vivo a Campobasso, dal 1962 al 1969 sono stato anche io un fuorisede. Me ne “scappai” da Santa Croce del Sannio, dove nacqui il giorno di Natale del 1942, per cercare un futuro che nella realtà del mio paese, cui sono sempre visceralmente legatissimo, era utopistico trovare. Era il mese di febbraio 1962. Arrivai a Campobasso con la littorina, con una valigetta legata con lo spago contenente della biancheria, mezzo panello di pane e un quarto di una forma di cacio. Venni a frequentare un corso gratuito di stenodattilografia in una scuola in Via Gorizia, dietro l’allora Odeon, che si teneva dal lunedì al venerdì in due turni: dalle 15 alle 17 e dalle 17 alle 19. A me toccò il primo. Nella prima settimana chiesi ospitalità alla sorella, vedova, della mia nonna materna che abitava in zona Cappuccini. Un monocamera con bagno “comune” in altra zona del fabbricato. La zia di circa 80 anni viveva sola, nel suo “santuario” tutto tappezzato di quadri, quadretti, statue e statuine di Madonne e Santi. Il Paradiso sembrava trasferito in quella stanzetta. Accanto al suo letto ce n’era un altro (più che altro un giaciglio…). La zia mi disse che ogni mattina alle 4 e 30 un frate cappuccino le portava la Comunione e che non era devoto che io mi facessi trovare a letto. Per la prima settimana mi adattai a quel suo desiderio/ordine e puntualmente facevo in modo di farmi trovare vestito per quell’ora antelucana. Ma la settimana successiva cominciò a nevicare come nevica a Campuasce quann sciocca! La stanzetta non aveva caloriferi per cui alzarsi alle 4 e 30era un vero atto di eroismo. Feci finta di non sentire il frate che picchiava e continuai a stare sotto le coperte come in un sonno profondo. La zia si alzò strascicando, aprì la porta al frate che le somministrò l’Eucarestia e lo riaccompagnò chiudendo l’uscio. Quando verso le 7 e 30 mi svegliai, non appena mi fui rivestito la zia mi disse di andare via, perché avendo mancato di rispetto a Gesù avevo anche disobbedito a lei non alzandomi al momento della Comunione. Non ebbi il coraggio di farla recedere dalla sua decisione. E mi trasferii nella sala d’aspetto di 2a classe della stazione ferroviaria per attendere le 15 e andare al corso. Alle 17 chiesi ad entrambe le insegnanti, Licia Bianchi (stenografia) e Anna Trombetta (dattilografia), di frequentare anche le altre due ore ed esse acconsentirono. Alle 19 sala d’aspetto della stazione fino al mattino dopo. In questo modo riuscii a stare in stazione, indisturbato… E fore sciuccava…Una sera verso le 22 e 30 (mi ero disteso per dormire sul solito sedile) vedo entrare un tale di circa cinquant’anni, palesemente alticcio, che iniziò ad interrogarmi con tono intimidatorio, chiedendomi il biglietto d’ingresso (che allora si pagava per sostare alla stazione) che costava 120 lire, l’equivalente cioè di due razioni di pasta e fagioli che costituivano l’unico mio pasto giornaliero presso una bettola in viale Elena… Al sentire che ero privo di biglietto andò in escandescenze, minacciandomi, con sempre maggiore violenza, di consegnarmi alla polizia ferroviaria; al che io scoppiai in lacrime, quando alle mie spalle udii una voce: “Lascia stare quel ragazzo!” “E tu che va’ truann?” Al che il mio “difensore” rispose: “Adesso chiamo io la polizia per intimidazione violenta contro questo ragazzo!” “Ah, e mo te facce veré!” Si allontanò per tornare dopo qualche minuto con in testa un berretto di servizio da ferroviere. “E mo veréme chi chiama la polizia!” Al che l’altro tirò fuori un tesserino: “Sono un ispettore della polizia ferroviaria. Lei verrà immediatamente con me al Comando di polizia per stato di ubriachezza durante il servizio, per abuso di potere, intimidazione e violenza.” L’altro cominciò a balbettare, ma fu preso per un braccio e portato via dal mio salvatore che mi disse: “Ragazzo, torna a dormire tranquillo. Eccoti 120 lire per il biglietto d’ingresso, quando avrai bisogno di acquistarlo”. Naturalmente non andai più alla stazione. La sera successiva all’episodio, e le due susseguenti,  intabarrato in un cappotto più grande di me e con in testa un colbacco di pelliccia nera, seduto sulla mia valigetta e raggomitolato in un angolo, trascorsi la notte, sotto il portico della cattedrale per ripararmi dal circa mezzo metro di neve. In seguito la Provvidenza mi aiutò, ma questa è un’altra storia. Non ho incontrato mai più l’Angelo salvatore di quella notte, così come tu non hai più incontrato Enrico di Scurcola.

E sono al tuo bellissimo libro. Mi hai fatto rivivere i miei inizi, ben prima di te, a Campobasso e molte analogie e luoghi e tipi e situazioni ho riscontrato dal tuo finissimo stile di scrittura, particolareggiato ma non prolisso, permeato soprattutto da un profondo Amore (ti rivelo una mia debolezza: non riesco a scrivere Amore se non con l’iniziale maiuscola, forse è la parola che ho pensato, se non pronunziato o scritta, di più perché – non senza una certa presunzione – mi autodefinisco un innAmorato dell’Amore).  Ti allego i tre capitoli del volume che ho avvertito un po’ più degli altri “anche miei”, chiosandoli con delle mie note…..”

Fernando Anzovino

NOTE di Fernando

Ai tempi in cui ci si fidava

(pag. 42 ) “[…]un solo sguardo per non dimenticarsi mai più.” 1: Verissimo! “[…]un impermeabile nero e lungo quasi fino ai piedi […]” 2: Come il mio cappotto più grande di me che indossavo quell’inverno del 1962. Io sono una che ha sempre sofferto di nostalgia […] ” 3: Che stupenda consonanza tra il tuo e il mio sentire!

(pag. 43) “E dietro a quella allegria […] “ 4: Mi vengono i brividi. Sapessi come e quanto, dopo, ho ricercato i molti Enrico di Scurcola della mia vita. Inutilmente. Tranne uno, un mio compagno di collegio al quale ero e sono assai legato. L’ho ritrovato dopo 56 anni di una ricerca quasi paranoica e anche se non ci siamo ancora incontrati (ha un anno più dei miei 77), pur cambiati nell’aspetto, siamo rimasti a come ci eravamo lasciati. E’ uno dei doni più belli che io abbia avuto dalla vita. Un addio mica da niente […] “ 5:Constatazione amara, ma irrefutabile.

Quando poi mi sono laureata

(pag. 44) “Perché Paolino aveva degli occhi seri[…]”. 6: Chapeau! Condivisione totale, assoluta!

(pag. 45) “Alla fine mi ha sorriso dicendomi […]” 7: Sembra la scena di un film di Charlot. Quanta poesia l’episodio e il protagonista e quanta tua dolcezza, Amore posso dirlo?, nel tuo ricordarlo e descriverlo. Quell’essere negletto ed emarginato assurge alla statura di un gigante dello spirito per la profondità del suo essere e per struggente delicatezza del complimento che sentì spontaneo rivolgerti. Ho gli occhi lucidi, Alessandra! Semplici cose, incontri, sguardi[…] “. 8: Quanta verità. “Quasi a dispiegare antichi segreti, come quando svoltando un angolo si scopre la “meraviglia”. 9: È accaduto anche a me, di recente, svoltando un angolo di scoprire LA “meraviglia”: TE!“…sola, in bianco e nero, senza più colori.” 10: Che immagine di neorealismo, ragazzi: da antologia.

(pag. 46) “Come un muro a separarmi[…]11: Chiusura degna di una grande penna

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