Ci sono spesso questioni che mi tediano a lungo, con sfinenti indecisioni e rimuginamenti di pensiero. Una propensione al dubbio che mi ha fatto guadagnare il soprannome, coniato da mia madre, di “vicce e’ Cerce”, ovvero “tacchino di Cerce”, tacchino proveniente cioè da un punto medio, geograficamente parlando, collocato tra un paesino del Molise dal nome di Cercepiccola e un altro dal nome di Cercemaggiore. Ovviamente, data la tendenza di mia madre di adattare modi di dire, detti e proverbi in maniera, direi, fantasiosa, non nascondo di aver fatto le mie ricerche su internet sull’origine di questo meditabondo “tacchino di Cerce”, quantomeno per approfondire se tra i tanti animali in giro, il tacchino fosse davvero quello più avvezzo al rimuginamento del pensiero. Inutile dire che “vicce e’ Cerce”, digitato su google, restituisce cose improbabili mentre sulla simbologia del tacchino ne scopro delle belle. Tipo che il tacchino sarebbe simbolo di generosità ed altruismo visto che “in natura sacrifica la sua vita per quella degli altri, insegnando il valore e l’importanza del vivere in gruppo”. Qualità che, è il caso di dirlo, impettirebbero chiunque proprio come un tacchino! Alla fine delle mie ricerche trovo però anche una storia su un tale “tacchino induttivista”, cioè di un tacchino che trae delle conclusioni dall’analisi di fatti e comportamenti che lui studia nel tempo come, ad esempio, il modo con cui il fattore gli assicura giornalmente il nutrimento. Nel momento in cui il tacchino ne ricava la certezza che il suo pranzo e’ assicurato, è giunto il 24 dicembre e il fattore gli tira il collo. Come dire che quando qualcosa ti sembra certa, è proprio allora che qualcos’altra, metaforicamente parlando, ti fa fuori, sì, proprio come un tacchino alla vigilia di Natale. Insomma dal “vicce e’ Cerce” al tacchino induttivista di filosofi quali Russel e Popper, è stato proprio un attimo. Tanto che, come al solito, mia madre ci ha visto come al solito giusto e questo tacchino alla fine, come la metti metti, con il pensiero c’ha proprio una stretta attinenza. Solo che, siccome alla fine mi pare che finisca sempre per lasciarci le penne, sia se si sacrifichi per gli altri, sia quando troppo pensa, a 47 anni suonati, visto che non sono stata ancora fatta fuori, è forse arrivato il momento di non sfidare ulteriormente la sorte e smetterla, una volta per tutte, con i miei rimuginamenti. In altre parole è giunta l’ora di lasciare a Cerce quel che è di Cerce, con tutti i suoi tacchini meditabondi, induttivisti e titubanti!

 

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