Guardando fuori dal finestrino mi abbandono a qualche pensiero. Un po’ di acqua ne è passata sotti ponti e anche noi molisani un po’ ci siamo evoluti. Qualcosa è cambiato. Sicuramente il treno.  Più moderno, con l’aria condizionata. Poi il tragitto. Vuoi mettere? Quasi un’ora in meno di viaggio, senza la tappa di Vairano, questo paese che conosco solo per quel percorso bizzarro che ci faceva arrivare dal Molise fino in Campania, ritornare indietro e proseguire di nuovo fino al Lazio.  Va bene, davvero roba preistorica, che  faceva durare il viaggio un’eternità: quattro ore, quando andava bene. Nei periodi di Natale, Pasqua, ponti, votazioni e varie, anche qualcosa in più, con i vagoni che oltretutto diventavano carri bestiame, con gente in piedi o allungata per terra. Oggi mi sembra tutto diverso. Me ne sto qui nel mio comodo posticino ben areato. Nessuna puzza di fumo o di uomo in eccesso e davvero penso che se questo treno arrivasse puntuale e non gli fossero riservati quei binari sperduti alla stazione Termini, bè non sarebbe poi così male viaggiarci. Ne sono quasi certa fino a Venafro, dove si riempie del tutto.  Niente più posti, anche se c’è ancora la fermata di Cassino (ma perché mai dobbiamo fermarci anche a Cassino?) da dove, infatti, un discreto numero di persone e bagagli si riversa nei corridoi del treno restando inevitabilmente in piedi. Anche se tra loro ci sono almeno due anziani,  non ho alcuna voglia di cedere il mio posto e farmi un’ora e mezza (se mi va bene) in piedi. Tuttavia sono a disagio e il piacere di viaggiare guardando il paesaggio dal finestrino si è irrimediabilmente dissolto in questo imbarazzo. Sento dentro di me la coscienza un pò rimordermi  ma continuo a non avere  alcuna voglia di gesti di generosità. Non mi sembra  giusto che debba essere io a dover rimediare a questa ingiusta situazione, a queste inefficienze di chi il vizio di farci viaggiare scomodi non se l’è tolto nemmeno in vent’anni. Improvvisamente la mia vicina offre il suo posto alla signora anziana e il suo gesto mi riconduce, forse ipocritamente, sulla via della rettitudine. Anche io, per un virtuoso corto circuito  del mio cervello, mi offro di cedere il posto al signore anziano che, però, con gentilezza, rifiuta deciso. Non insisto e continuo a rimuginare e a considerare le mie sensazioni. Mi rendo conto che il gesto della mia vicina in fin dei conti mi ha un pò calmata. Del resto è bello vedere che c’è ancora gente educata e solidale in giro. Poi però mi rendo conto che la mia rabbia si è ingentilita per questo, conducendomi altrove rispetto a me stessa. Per una legittima seppur personalissima assonanza, il mio pensiero va al terremoto del 24 agosto, a quei 300 e più morti.  Ai bambini, ai padri, alle madri. E poi ai pompieri, ai volontari, a noi italiani, sempre così  inclini alla solidarietà. Questo sentimento nobilissimo dettato dalla compassione, che significa com-partecipare alla sofferenza altrui. Questo modo di agire che  in questo Paese, in ogni circostanza, che sia una inefficienza, una ingiustizia o una tragedia, viene giustamente osannato ma con l’effetto di rabbonire inevitabilmente  l’indignazione, quell’indignazione che implode ogni volta in sé stessa e che invece dovrebbe scuoterci e (RI)animarci, spingendoci finalmente a fare qualcosa contro l’oscura volontà che nulla cambi. E allora da questo treno penso fortemente che nonostante la solidarietà dimostrata, davvero dobbiamo ricordarcelo che sotto quelle macerie sono morte 300 persone. Che quelle persone erano madri, padri, figli. E che quelle madri e quei padri potevamo essere noi. Che quei figli potevano essere i nostri. E guardandoli, questi nostri figli, ce lo dobbiamo ricordare che il gesto meraviglioso e imprescindibile di questa nostra solidarietà dovuta e necessaria, se fosse capitato a noi quel che è successo, non ce li avrebbe comunque restituiti.

E tutto qua, questo è quello che il viaggio Campobasso Roma mi ha fatto pensare. Intanto per completezza di informazione, l’arrivo alla stazione Termini è stato puntuale ed è già qualcosa. Il binario 15, poi, mi rasserena ulteriormente. In fondo le cose sono cambiate parecchio da quello stramorto binario 21 (traduzione letterale del forse più incisivo “stramuort” molisano) . Almeno fino a quando mi accorgo  che, in fondo, il binario 15 nemmeno esiste, un po’ come il Molise. Che davvero, dopo il binario 14 c’è direttamente il binario 16 e che per trovarlo, sto stramorto di binario 15, devi camminare, camminare, camminare….

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2 thoughts on “Dal treno Campobasso Roma Termini delle 8.36.”

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