La mattina fa sempre un po’ freddo, anche se le giornate sono diventate improvvisamente belle. Mi piace gennaio. Forse perché è il mio mese. Freddo ma bello gennaio. Lungo e invernale. Quasi mai grigio.

Questo paesaggio non è nemmeno malinconicamente familiare.

Mi trovo sul solito tram. Penso a tutti i movimenti che le persone sul tram hanno compiuto negli stessi momenti. A quante sveglie hanno suonato alla stessa ora, alle imprecazioni e sbadigli che sono state dette e fatti prima di ritrovarsi tutti in silenzio su un solito tram. Sorpassiamo il Verano costeggiando pieni di vita tutta quella morte. Ancora poche fermate e mi dispiacerà sul serio lasciare il mio comodo posto. Per darmi coraggio, penso al momento in cui varcherò la soglia di casa, a quando tornerò sotto le coperte a continuare il sonno interrotto troppo in fretta.

L’aula otto b è un vero buco. Non si adatta davvero ad una facoltà imponente come economia e commercio, allo spaventoso numero di studenti di economia e commercio, a tutti quegli omini impazziti che corrono di qua e di là, che salgono e scendono in preda a pensieri… sull’economia e il commercio.

Il professore somiglia a un pappagallo. Oggi è vestito male, con quella cravatta rossa troppo grande su quel maglione rosso, troppo rosso. Provo ad immaginare la sua testa sul corpo di un uccello. Il suo sguardo mantiene comunque un certo contegno. Accende la pipa inondando l’aula di un buon profumo che infastidisce la mia vicina. Lui aspetta con calma che il vocio svanisca nel silenzio. Ma senza nessuna fretta. E’ lì che fuma la sua pipa e se dipendesse da lui, l’ora potrebbe trascorrere così senza alcun problema. Uno dei pochi che non dà alcuna importanza al fatto di non essere notato. Ora il silenzio è assoluto e così comincia a parlare, regalandoci le sue conoscenze. Mi riempio la testa di cose nuove e alle dieci di mattina conosco qualcosa in più di quanto ne conoscessi alle nove. Mi congratulo con me stessa per la tenacia dimostrata. Per essere riuscita a seguire un’ora di lezione e che, in fin dei conti, basta poco per sentirmi migliore. Me ne torno a casa in silenzio mentre l’entusiasmo si è già dissolto nel vento portandosi dietro e a braccetto l’idea di rimettermi a letto a dormire.

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1 thought on “Un giorno di tempi andati”

  1. Simpaticissimo il ritratto che hai fatto sul tuo professore di economia. L’università in fondo è stata una bellissima esperienza anche se non era quello il corso che volevi fare!

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