Sento soltanto dall’orecchio destro. Il sinistro, a un certo punto della mia vita, ha deciso di smettere di ascoltare. Senza preavviso.  Così, improvvisamente.  Un fischio e ciao. All’inizio, a dire il vero, non c’era molto da ridere. Avevo perso anche l’equilibrio. Non riuscivo a camminare ero dentro una lavatrice in piena centrifuga, vivendo da sola, per spostarmi da una stanza all’altra mi aggrappavo ai mobili e qualche volta procedevo strisciando. Nausea, niente appetito, paura. E i pellegrinaggi: medici, specialisti, esami, terapie. Ricordo in particolare un esame audiometrico che feci a Roma. Questo tipo, che di sicuro non era un medico, e nemmeno un infermiere (giuro che mi dava più l’idea di essere un inserviente), mi fece entrare in una cabina, mi fece indossare un paio di cuffie e mi spiegò il funzionamento: avrei sentito dei suoni a frequenze diverse e ogni volta che ne percepivo uno avrei dovuto alzare la mano. Facile no? “Allora signo’ se comincia!” Suono. Niente. Altro suono. Niente. Il mio braccio restò immobile per quasi tutto l’esame. Vidi la faccia del tipo non infermiere-non specialista-forse inserviente che si fece preoccupata. E aprendo l’audio all’orecchio destro pronunciò la diagnosi: “a signo’ e lei n’ce sente!”

Fantastico! Dopo settimane di medici, specialisti, esami, qualcuno aveva centrato il problema. Provai anche la camera iperbarica. Ora, non so se siete mai entrati in una camera iperbarica. Ma sappiate che è un’esperienza che alimenta molto l’immaginazione. Ti chiudono dentro questa specie di cilindro insieme a un gruppo di perfetti sconosciuti e per una cinquantina di minuti non hai moltissimo da fare, più che altro preghi. La pressione aumenta e la sensazione più o meno è quella di scendere sott’acqua dentro un sottomarino. E ad un certo punto respiri ossigeno attraverso una mascherina e aspetti. E li dentro fa un freddo cane. Ora 50 minuti possono essere lunghissimi quando sei chiusa in un cilindro, hai freddo, non puoi scappare e davanti a te ci sono altre persone che non hai mai visto in vita tua.  Le guardi, poi la discrezione passa e le osservi con quell’aria vagamente allarmata di chi finge di essere tranquillo. E allora cominci: questo che avrà, e quello li in fondo, con lo sguardo perso? E quell’altro? Perchè continua a rovistare nelle tasche? Qualcuno gli avrà detto di non lasciare in tasca l’accendino come hanno detto a me stamattina? Io la mattina sceglievo solo fibre naturali il sintetico comprato su Shein te lo devi dimenticare quando entri in una camera iperbarica! Cotone! 100% cotone! Comunque nessuno accese niente e le 15 terribili sedute nel sottomarino passarono ma per quanto ossigeno potessi respirare, e a qualsiasi profondità, il verdetto che arrivò in superfice fu sempre lo stesso: perdita irreversibile.

Piansi. Con me c’era mio padre, che mi disse: «Non ti preoccupare, ti porterò ovunque». E infatti mi portò ovunque. Ma per quanti posti girammo, la diagnosi restò invariata: “A signo’ lei n’ce sente!”

E questa è più o meno tutta la parte drammatica che intendo concedervi. Perché oggi sentire da un orecchio solo, almeno per me, è solo una questione di organizzazione. Le persone che mi conoscono lo sanno. I miei amici ormai sono addestrati. Sanno qual è il mio lato buono, dove devono sedersi e quando è necessario ripetere una frase. I problemi e gli equivoci nascono con gli sconosciuti, nei bar, sul treno, al supermercato. Ho imparato a dire si e a sorridere. Non so esattamente a cosa ho detto si e perchè ho sorriso nella maggior parte dei casi è una tecnica da affinare perchè in effetti presenta qualche rischio. Poi c’è il problema della provenienza dei suoni. Se qualcuno mi chiama io lo sento ma non so esattamente dove sia e quando arriva l’aiutino “sono qui!” ecco io lo lascerei esattamente li proprio li dove sta urlando…

Ho imparato ad annuire e a ridere quando ridono gli altri. Insomma alla fine è un deficit ampiamente superabile, vero Anto? Certo se dovesse tornare me lo riprenderei immediatamente. Anche perché c’è una cosa alla quale non mi sono mai abituata completamente: la musica.

Quando persi l’udito mi arrabbiai talmente tanto che regalai molti dei miei CD, ne buttai altri e qualcuno lo spaccai. Reazione adulta, equilibrata e soprattutto utilissima, lo so. Mi mancava la pienezza. La profondità. Il suono che arriva da entrambe le parti e tu sei li in mezzo. Poi, naturalmente, ho ricominciato ad ascoltarla. E ho trovato anche un modo romantico per spiegare un’altra particolarità. Il mio orecchio sinistro produce mare. Ventiquattr’ore su ventiquattro. È come avere una conchiglia appoggiata all’orecchio. Chi non ha mai provato a sentire il mare dentro uuna conchiglia? un fruscio continuo che non si ferma mai. All’inizio mi faceva impazzire. Adesso non me ne accorgo nemmeno. Io sento da un orecchio solo. Mi siedo dalla parte giusta, faccio giravolte quando qualcuno mi chiama, nei bar ogni tanto rispondo a domande che non ho sentito, terrorizzo involontariamente chi mi chiede se sono sorda e ascolto la musica con quello che ho. Se potessi scegliere, vorrei indietro anche l’altro? Assolutamente sì. Ma visto che per il momento non sembra intenzionato a tornare, con uno ascolto musica e con l’altro sento il mare.

Voi riuscireste a farlo?

Racconto di vita scritto e letto da Antonietta Sale

Share:
  • 1160
  • 0
  • 0

Leave a reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.