Il dottore parla poco. Prevalentemente ascolta quel che dici. E scrive. Talvolta alza lo sguardo da dietro le lenti degli occhiali, ti guarda serio e pronuncia pochissime, essenziali parole. “Signora, ci provi” furono quelle a me rivolte in un caldo giorno di luglio. Un drammatico cerchio si era inesorabilmente chiuso

Qualche giorno prima i piccioni avevano svolazzato indisturbati dentro il chiostro circolare della sala d’attesa dell’ospedale. Io avevo seguito assorta il loro volo mentre facevo la fila agli sportelli e, dai monitor in alto, scorrevano i numeri: K575 sportello due, A076 sportello quattro. Pensavo a quanto fosse strano che i piccioni svolazzassero in quel posto e mi aggrappavo ai capelli, funi a cui rimanere appesa sopra il precipizio di una parola nera, una di quelle brutte, le cui lettere precipitano inesorabilmente dentro, mentre chiudono i cerchi della vita. La mia, si era tutta raggomitolata tra il tacco e le punte di un paio di scarpe argentate. La dottoressa, intenta a fissare il monitor per individuare il punto esatto della biopsia, continuava a ripetere “quanto mi piacciono le scarpe della signora”.  Le cose non erano andate bene, era stato necessario approfondire. “Diamoci un nome e cognome” aveva detto “e ci togliamo il pensiero.” Poi il nome e cognome ce lo avevamo dato e, tolto il pensiero, io ero rimasta decisamente senza respiro. Ad annegare nella pozza d’acqua di quella nera parola, sì, proprio quella, le cui lettere  ti precipitano dentro, lente come le gocce di un rubinetto difettoso.

Tic, tic, tic.

Erano seguiti giorni di attese, tamponi covid, mascherine, vene, aghi, flebo, effetti collaterali e prelievi. Giorni dalla consistenza come le nuvole, dall’espressione di occhi sotto le lenti degli occhiali dei dottori, dal tono di voci che proferivano parole. Inutili, a volte, impacciate, inopportune. Essenziali, tal’altre, come quelle del dottore: “Signora, ci provi”.

Mi avevano detto della possibilita’ di usare il caschetto refrigerante per non perdere i capelli durante le sedute delle cure. All’inizio mi era parso improponibile sottopormi a una simile tortura che, tra l’altro, avrebbe dilatato i tempi, già lunghissimi, di una seduta: un’ora prima e un’ora dopo di quella. Certo, quando hai messo in conto di puntare sulla pazienza per continuare a vivere, il tempo diviene fin troppo relativo. Piuttosto mi bloccava l’idea del freddo sulla testa. Già c’era da immaginare malesseri estranei, come quelli che può portarti la morte che ti scorre nelle vene, figuriamoci sopportarli con il gelo sulla testa. Io, che per giunta ci ho sempre sofferto con quella, da quando sono nata. Per cosa poi? Un risultato soggettivo ed incerto. “No, no e no! Non ci penso nemmeno”, mi dicevo.  Del resto non te lo dicono tutti? Chi sa quante volte anche io l’avrò detto e pensato senza sapere un accidenti di quello di cui parlavo: “Cosa vuoi che siano i capelli. Quelli… ricrescono.”

Già, quelli ricrescono…

Non dormivo più la notte. Ci avevo perso il sonno a starmene su quel nero precipizio, appesa a quei capelli che sarebbero ricresciuti. E un giorno pensai che il dottore questo lo aveva capito. Di lui mi potevo quindi fidare. Ci potevo provare.

Ci provai.

………………………..

“I suoi capelli signora! Che risultato straordinario!” Mi disse dopo sei mesi di quella vita di ospedale. Era un giorno di febbraio e quel dottore che parlava e sorrideva poco, lì per i corridoi e dietro le lenti dei suoi occhiali, io scoprii che, con gli occhi, addirittura rideva.

Storie di vita – Anto legge Ale

ll caschetto refrigerante

 

 

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