Cara Anto,
oggi ti scrivo cercando di saltare sul silenzio che ho dentro. Non ho infatti nessuna voglia di parlare. L’estate è il momento peggiore dell’anno. E se ti dico questo è perché ormai non sento più niente in comune con questa stagione. La differenza tra chi ama e chi non ama l’estate è che chi l’ama è ancora giovane. E non parlo di età anagrafica, bada bene. Quella davvero non c’entra niente. Io non mi sento più giovane da moltissimo tempo. Potrei banalmente dirti che forse non lo sono mai stata. Hai presente quelli di cui si dice che sono nati vecchi? Non so, banalmente appunto. Se poi impiego qualche neurone in più nella disamina della cosa, ecco ti direi anche no! Sono stata giovane anche io e la prova provata che ciò sia accaduto è tutta nel fatto che ho amato intensamente l’estate. Sì, proprio io. Ma in un tempo e in luogo talmente lontani che io non me li ricordo più. Perduti inesorabilmente nell’ oblio, caduti in un pozzo di memoria rovesciata. Hai presente le cose rigirate al contrario? Ecco, la mia memoria è un abito usato che ho tolto rigirandolo. E’ rimasta così, sgualcita su qualche sedia, e ci si sono appoggiati sopra tutti gli abiti dismessi dei giorni vissuti da quando la mia giovinezza è finita. Questo non è un punto di vista che uno può cambiare riflettendo. Non è una prospettiva che muta cambiando finestra. Cambio angolazione e sono giovane e – abra cadabra – amo l’estate. Non è pessimismo e nemmeno tristezza. Solo un immodificabile dato di fatto, inafferrabile e indescrivibile ma, a guardar bene, tutto esposto dentro l’iride dei miei occhi.
La luce dell’estate illumina senza misericordia il nostro silenzio, la nostra persona immobile, circondata di antiche e nuove catastrofi. Ci sentiamo a un tratto seduti sul banco degli imputati. Come in un interrogatorio di terzo grado, noi restiamo immobili, annichiliti e stravolti. Impossibile nasconderci a noi stessi e agli altri. Impossibile alzare un braccio per nascondere il nostro volto. Alle domande che ci saranno poste non sapremo rispondere. I gesti che ci verranno comandati non sapremo compierli. Essere noi stessi ci sembra una colpa peggiore d’un assassinio, da ogni parte ci viene dichiarato che per una simile colpa non c’è assoluzione.
Natalia Ginzburg (dall’articolo “Odio l’estate” su La Stampa agosto 1971)