Alla fine dell’anno la profondità di pensiero, senza soluzione di continuità, si riversava nelle considerazioni assonnate delle ore piccole dell’inizio dell’anno, quando rituali di anni ormai vecchi lasciavano il passo a identici rituali di anni nuovi e mi veniva da pensare: chissa tra un anno cosa ci sarà di diverso da quest’anno. La prospettiva mi pareva come al solito malinconica. Ci riflettevo sopra in un punto preciso della mia casa da cui ne intravedevo gli angoli invariati che, come il sentimento che mi albergava dentro, restavano immutati nei secoli dei secoli, forse solo un pò iinvecchiati. Poi nel mio bicchiere di spumante vuoto mi fermavo a guardare, al posto delle bollicine ormai svanite, il fondo, nel cui spazio angusto si riduceva e accucciava tutta la vastità del mio pensiero. Ripiegata su se stessa se ne stava lì, in quel bicchiere di vetro che immaginavo di lasciare e che vedevo invece aleggiare in uno spazio privo di gravità, senza cadere. Schivare pericoli, ostacoli, buchi neri, stelle cadenti, meteoriti, impatti. Poi nel giro di un tempo imperfetto e senza tempo, precipitare. Il mio pensiero accucciato nel vetro si schiantava al suolo, frantumandosi in un milione di frammenti, che schizzavano via verso il cielo. Nel buio della notte tornata a festa finita, si sarebbero confusi con il luccichio ormai spento degli scoppi ormai morti del capodanno. Soltanto io ne avrei intravisto qualche residuo bagliore da lontano. Soffuso, come quello di un’uscita. Da quei cunicoli scuri su cui, nel bene e nel male, la vita ci scorreva sempre e continuamente sopra. Avrei quindi affilato la vista come un gatto nel buio, sforzandomi di ricercare le stelle. Quelle volate via come lucciole veloci, che avrei sentito vicine, intorno e nascoste a illuminarmi forse le spalle.

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