Io mi ricordo che guardavo la scrivania della mia camera da letto. Un piccolo scrittoio di quelli che si allungano e immaginavo di passarci le mie giornate a scrivere. A me sono sempre piaciute le nicchie. Sembra che mi avvolgano e mi proteggano da tutto e dal mondo. Fosse per me, ci passerei la vita in una nicchia, anche solo a pensare. Agli inizi di febbraio correvo nello spazio aperto. Altro che nicchia dove starmene in pace a pensare! La vastità del mondo mi fagocitava nel suo caos e, per questo, ero spesso di malumore. Che strano, se dovessi parlare di quei giorni mi viene in mente solo il mio cappotto blu nuovo. Non so, mi viene in mente solo quello. Una delle poche volte che non ho sbagliato acquisto. Ci attraversavo Piazza dei Cinquecento con un certo timore. Mi preoccupavano gli stormi di uccelli che sorvolavano il piazzale della stazione. Di quello mi preoccupavo, della puzza che si sentiva fin sotto la metro. Con le cuffiette e la musica nelle orecchie attraversavo la piazza di fretta e in apnea. Portavo spesso scarpe francesine, tipo Mary Poppins. Anche di quelle mi ricordo, in effetti. Ci attraversavo poi Piazza della Repubblica su quei suoi maledetti sampietrini scomodi e mi preoccupavo del mio cappotto, che mi avrebbe piuttosto fatto incazzare se qualche uccello mi ci avesse cagato addosso. Tra me e me mi dicevo “ma sarà un po’ scema la gente che passa in mezzo a tutta questa merda di uccelli?”. In effetti tra quella gente ogni giorno c’ero anche io. Dicevo così tanto per dire, mi dovevo un po’ sfogare. Lo facevo con l’altro indefinito a cui è più semplice dare dello scemo.

Io sono una che un po’ si fissa sulle cose. In quei giorni mi ero fissata sugli uccelli. Mi sembravano un po’ troppi. Qualche volta me li ritrovavo per la strada anche morti e, in preda alle mie suggestioni, che mi facevano percepire presagi di ogni tipo, per un po’ me ne rimanevo turbata. Poi un pomeriggio, alla fine di febbraio, mentre attraversavo il solito piazzale, quegli uccelli hanno riempito il cielo. Non erano i soliti stormi che volano tutti insieme quasi a disegnare coreograficamente qualcosa. Il loro era un volo disordinato e confuso, basso e minaccioso. Credo di non aver mai visto tanti uccelli insieme così in vita mia.  Erano talmente tanti che ho avuto come uno sgomento.

Oggi sono qui nella mia nicchia, su questa scrivania dove posso starmene a pensare tutto il tempo che mi pare. E se dovessi scrivere dei miei pensieri mi viene in mente solo il cigolio della mia cyclette. Per un abbondante ventennio me la sono guardata con rammarico. Oggi mi pare quasi di averle restituito la dignità che meritava e mi dico “meglio tardi che mai”. Intanto altri pensieri se ne stanno come nuvole, sospese o sospinte dal vento. A volerne scrivere bisognerebbe eliminare la punteggiatura. Ne uscirebbe fuori una carrellata di immagini e sensazioni sconnesse di cui non mi sembra il caso di parlare. Però tra il mio cappotto blu e le francesine di febbraio e la cyclette di marzo questa immagine degli uccelli a far da spartiacque me la voglio ricordare.  Perché con il senno del poi quello sgomento poteva pur essere un cattivo presagio ma nello stesso momento ho vissuto anche un attimo di profondissimo amore che, se ora ci ripenso, mi fa provare una speranza alla quale mi appoggio.

Immagine di Cristhian Schloe

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