Ripercorrendo le  strade di Campobasso io mi ricordo sempre qualcosa della mia vita. Ed è bella e malinconica al tempo stesso questa cosa perché certi ricordi a volte mi fanno star male. Come quando cammino per Via Veneto e all’improvviso mi ritrovo a passare sotto quella casetta con quel portoncino di legno tutto rovinato, subito dopo il Mario Pagano. Quella che Raffaele e i suoi amici avevano preso in affitto per giocare a carte a Natale.

Quel mese di aprile ci aveva vissuto “clandestino” ed io gli portavo le mele e qualcosa da mangiare. Lo chiamavamo da sotto la finestra, io Cinzia e Giovanna. Lo chiamavamo “il vecchio” perché aveva venticinque anni ed io ne avevo quindici. Oggi mi dico “che vuoi che siano dieci anni!”. Ma allora… Quei dieci anni erano come il fiume che divideva due sponde. Ed io trovavo quella dove era lui impossibile da raggiungere, perché quegli anni lui li aveva vissuti ed io no. Quegli anni io ero mancata e lui no. E sarei stata sempre invidiosa per questo.

Ci sono passata qualche anno fa sotto quella finestra sgangherata, proprio dopo la notizia che era andato via per sempre. E santa pace che botta ho sentito dentro. Come rivederlo lì affacciato, con le sue movenze lente, gli occhi chiari e le ciglia bionde. In quel mese di quasi primavera invece di tornare a Siena dove studiava, me lo ritrovai all’uscita di scuola appoggiato alla sua macchina azzurra a fumare. Con il cappotto marrone e le polacchine, vestito così come lo avevo conosciuto, quando sorrideva vicino ad un finestrone. Un mese di quasi primavera, un aprile lontano quell’aprile lì. Tra un inizio e una fine, e passeggiate per stradine buie e nascoste, o fermi in villa comunale a parlare.

Mi è andato a morire come mio padre Raffaele, al mare di luglio. Che quando l’ho saputo mi è quasi girata la testa. Perché a me è sembrato sempre così assurdo morire d’estate, con il sole e il colore azzurro del mare e del cielo. E adesso ogni volta è come rivederlo mentre correndo mi raggiungeva da quella discesa sotto casa.

Ecco, Via Muricchio quando ci penso, io me la ricordo così. Alla fine di quella discesa dove ci rivedo sempre Raffaele che corre ridendo. Tra quei palazzi brutti e un po’ scorticati e le ringhiere arrugginite.

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7 thoughts on “Raffaele”

  1. Bello, davvero bello e toccante. Triste, come solo un ricordo può essere, perché per allegro che sia è comunque passato e il passato è avvolto dalla nostalgia.
    Pur non conoscendo, luoghi e persone, mi si sono riempiti gli occhi di lacrime.

  2. Quando una persona cara ti lascia per sempre e così all’improvviso ti resta un grande rammarico e un’infinita tristezza. Ma un dolce ricordo rimane. Tienilo sempre stretto nel tuo cuore e Raffaele vivrà fino a quando lo ricorderai.

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