Desidero condividere questa esperienza che ha dato nuovo senso, più profondo, alla mia consapevolezza di vita. glt

Correre. Correre. Correre, ma dove? È estremamente difficile correre senza sapere dove, come, quando arriverai. Se lo fai, è perché ti muovi verso qualcosa, oppure perché ti allontani da qualcos’altro. Ma correre senza un motivo? Ecco, i bambini lo fanno. Sono partito tempo fa, muovendo un passo dopo l’altro. Dal giorno in cui sono nato, quando come una goccia d’acqua mi staccavo dal mare che mi ha dato la vita.

Mi sono spostato dalle case alle scuole, dalle piazze ai mercati, dal mare alle montagne, dai paesi alle città… e sono sempre in movimento, con la consapevolezza di esistere man mano che il movimento è scandito da una tappa all’altra, da un obbiettivo all’altro, da un livello ad un altro. Ancora, come il ticchettare di una vecchia sveglia da cucina, quelle con la gallina che becca i semi nell’aia, rinchiusa in un piccolo quadrante.

Ecco, questo sono quando non mantengo il giusto contatto con la vita che accade: una piccola gallina i cui movimenti sono limitati dal collo in su, dall’alto verso il basso per beccare. Non faccio altro che beccare semi che non ci sono, nell’aia che non c’è. In eterno. La vita non accade semplicemente perché il tempo scorre; così è per chi si sente chiuso nel piccolo quadrante di quella vecchia sveglia da cucina…

Quello che invece accadde quel giorno, lontano da tutte le galline che beccavano per finta, nella loro finta aia, i loro finti semi, fu semplicemente l’arresto del tempo, fermo ai piedi di un letto che mi dava la consapevolezza della vita, nell’impossibilità di averne ancora. Oggi dico che è semplicemente meraviglioso intendendo che c’è una chiave di lettura diversa per ogni cosa. Ma tutte, proprio tutte, aprono la porta della meraviglia.

Come spesso accade, ero in viaggio e durante i viaggi, sebbene mi piaccia leggere, a volte l’attenzione è rivolta all’esterno dove tutto scorre in maniera più o meno frenetica ed ogni cosa che magari meriterebbe un po’ più d’approfondimento è già stata sostituita da un’altra. So bene dove sto andando, anche se non avrei mai voluto. Stavolta più fattori lasciavano intendere che sarebbero stati gli ultimi momenti. Il periodo che i medici quantificano in circa sei mesi era trascorso, e quel sabato mattina sembrava lontano, credo, sei anni da quella telefonata.

Mi sono “organizzato”…

Ma ci si può organizzare per una morte? Sì, succede anche questo. Poi, quando la rividi, le dissi “ciao”. Era da un po’ che mancavo, e quel “ciao” era molto più di quel che sembrava. Era amore, gioia, felicità,…terrore! Ma andava più che bene. Non ci si attacca ai saluti. Tutto cambia, la mente corre, non ti lascia spazi per pensare: è corrotta; nasconde la verità che coincide con la consapevolezza della vita. Mi limitai a dirle che ero venuto a trovarla, con il proposito di restare qualche giorno in più del solito. Uno sguardo alla stanza dai colori tenui un po’ rétrò, uno al letto, di quelli grandi e comodi, ed uno a lei, che sentiva dolore alla schiena.

Come potesse sentire il dolore, per me, rimane un mistero. La malattia l’aveva trasformata, sfigurata, annientata, tranne che nella voce, squillante, immutata. Avrei potuto farle un massaggio anche se dentro di me speravo dicesse di no. Sulla schiena aveva quella lesione, coperta da un cerotto enorme. Chi sarebbe stato in grado di non farle male? Poi la stanchezza e i farmaci l’accompagnarono verso un sonno profondo.

Improvvisamente: “Devo andare! Devo andare! Devo andare!”

Ma dove? Pensai “in bagno?” e le suggerii la risposta. Dopo, la lavai per bene come si fa con i bambini.

Ed ecco che la gallina aveva già rotto il quadrante. Non beccava più i semi che non c’erano. Ma io non lo avevo ancora capito. “Sono stato chiamato per assolvere un compito? Espiare un peccato? Estinguere un debito? Ma di quanto e con chi?”

Mi allontanai dal letto per lasciarla riposare. Alternava gemiti di un bambino ad un respiro pesante come lo scarico di un lavandino, ed altri versi ancora, lontani dalle fantasie attoriali più creative. Forse quel “devo andare” era il segno di qualcosa che stava accadendo. Ma accadendo sul serio, non raffigurato su una tela, non rappresentato su un palcoscenico, non letto su un libro.

Cercai di non emozionarmi vedendola rifiutare la cena, “magari la conservo per dopo, magari la imbocco, non so”. Terminate le visite mi resi conto che sempre meno persone erano lì a trovarla; ciò lasciava intendere che in molti sapessero del suo critico stato. Del resto in pochi ti restano accanto quando si chiudono i conti. E forse è meglio così, perché la solitudine ti avvicina al significato di quello che cerchi

Di nuovo a pensare, ma niente. Parole contenute in frasi dette così, a significare che cosa? A voler dire altro. Tornai a casa raccomandando mia sorella di chiamare la guardia medica. Non l’avevo mai vista ansimare in maniera tanto violenta, priva di coscienza.

Un altro viaggio verso casa con la notte ad avvolgere ogni cosa. Continuo a guardare fuori, credendo di vedere tutto. Mio padre dorme e la casa è fredda e vuota. Cerco di distrarmi con un po’ di televisione, seppur niente mi sembra interessante, anche se deve bastarmi.

E all’improvviso ecco la telefonata. Quella che non sarebbe mai dovuta arrivare.

“È questo il giorno? È questa l’ora? È questo il momento, quello che non dimenticherò mai?”

Si è questo! Perchè il giorno in cui è morta mia madre è il giorno in cui sono rinato!

Giuro che è così e lo racconto.

Dopo la telefonata di mia sorella, sono corso in ospedale con mio padre. L’atmosfera era la stessa: dolore, sofferenza, ansimi e incoscienza… tutto amplificato, esasperato, tutto più reale di quanto puoi realizzare. Ci si deve organizzare. Una corsa contro il tempo per prendere quel che “occorre”, perché quando si muore ci si può organizzare. E magari puoi anche ridere, sì, ti è concesso!

Mio padre e mia sorella ripartono, ed io rimango lì, solo con mia madre, a lasciar scorrere impotente quel tempo che non basta più. E lo so che non basta più: mi si chiude la gola; lo stomaco è di pietra; il cuore sembra frantumarsi. E’ passata un’altra ora. Decido allora di aumentare l’ossigeno. Imbevo una garza d’acqua, forse ha sete? Si ha sete lo sento da come stringe i denti intorno al mio dito. “Fammi male, ti prego, lasciami un livido, un segno che conserverò, quando tra poco…” Oddio ho detto “tra poco”. Lo so che tra poco non ci sarai più! decido di nuovo. È “l’ultima” cosa che ti chiedo e questa volta non è una metafora!

“Aspetta ad andartene, lascia arrivare anche loro, dagli la possibilità di vederti un’ultima volta viva”.

Sembra strano? No! No! No! È meraviglioso! Sento il campanello del reparto… sono loro, mamma. Tieni duro. Decido di nuovo. Corro ad aprire perché nessuno lo fa. È una corsa di pochi metri, ma dura una vita. Ora ci siamo tutti e tre accanto a te! Non lo vedi ma lo senti attraverso quella sensorialità che sta lasciando il corpo per diventare aria.

Un cubetto di ghiaccio che si scioglie… svanisce e lascia il segno di ciò che è avvenuto nell’istante stesso.

Acqua che non si asciuga, che bevi, che è Vita!

glt

 

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18 thoughts on ““Un viaggio lungo una vita” di gian luca tosi”

  1. Racconto stupendo, confidenziale.
    Ognuno di noi purtroppo lo affronterà di persona, e credo che queste parole ritorneranno in mente per tenerci per mano e renderci più forti.

  2. Racconto intenso e molto vero , ti sei liberato dal momento in cui hai avuto il coraggio di scriverlo . Sono molto fiero di te amico mio

  3. Mi hai emozionato… io ho avuto la fortuna di assistere mia madre quando Francesco aveva pochi mesi e lei è stata operata 3 volte in 20 gg. Per me è stato un privilegio accudirla e starle accanto…. poi un miracolo… oggi è ancora in vita!

  4. Ho avuto il privilegio di conoscere pochi frammenti di te per capire che sei una persona speciale e dopo queste righe lo devo ammettere,avevo ragione a considerarti tale ..toccante,profondo,umano.. Quando a questo mondo di “umano” nel quotidiano c’è rimasto ben poco. Grande Gian

  5. Sei riuscito a scrivere stati d’animo
    La Vita è come un fluttuare di ali di farfalla scandito dal tempo…basta poco e…
    Mi hai emozionato

  6. A momenti ho faticato a leggerlo ,gli occhi mi si riempivano di lacrime ,l’emozione e …il ricordo forte d’Amore per mia mamma che non c’è più .Che bella storia di un momento di vita raccontato con il cuore e la sensibilità che tu Gian hai .Grazie!

  7. Grazie Gianluca per avermi inviato questo tuo scritto. È bello,disperato e speranzoso nello stesso tempo. È straordinariamente vero, consapevole ma , come tu dici segno della tua rinascita. Sembrerebbe un controsenso ma anche io, quando mi sono trovata di fronte alla morte, di mamma, di Antonio,di papa volevo e pretendevo a dura forza dalle mie figlie che dovevamo rinascere sulla scia delle cose migliori che loro ci avevano lasciato in eredità. Per rispetto loro innanzi tutto e di noi stesse. Rinascita nell’ affrontare ed amare il mondo,i propri impegni,le proprie responsabilità e trasmettere agli altri tutto l’amore ed i grandi valori che loro ci lasciavano.
    La tua mamma era una grande donna, sono ancora ora orgogliosa di essere sua amica e di
    .aver potuto apprezzare la sua grande forza che mi è stata di esempio in tante circostanze.
    Una curiosità : il tuo scritto è di oggi o di allora.
    Ciao zietto,tramanda ai posteri la tua grande sensibilità. Un forte abbraccio. Iolanda.

  8. Quando la scrittura sincera, quella liberatoria, quella d’introspezione, rompe i confini e si apre all’empatia… bellissimo GianLu

  9. Lo lascio in commento Gianlu ma non è quello che sento di dovertire.
    Quello lo tengo per me e per te quando sarà il momento.
    Si tratta di altro…
    Parto da questa tua frase: ” E forse è meglio così, perché la solitudine ti avvicina al significato di quello che cerchi”.
    Siamo sempre alla ricerca di qualcosa (parlo di me e te, non si può generalizzare) e la solitudine di questo pezzo di vita, ancor prima che di racconto, è un conduttore, è un viatico che oggi si è chiamato così, ha indossato questo abito per permettere a te di indossarne a un altro.
    Domani prenderà un altro nome, sarà un abito da sera o un costume.
    Non esistono le parole giuste anche se le tue sono toccanti e sentite e si sente, arrivano laggiù in fondo dove solo l’intimità è capace di arrivare.
    Ma non tutto e non sempre si riesce a raccontare rendendo il giusto onore a ciò che si racconta.
    Tu l’hai fatto.

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