Racconto selezionato tra quelli vincitori del concorso letterario “Racconti Abruzzo e Molise” a cura di Historica Edizioni e pubblicato nell’omonima antologia.

PROLOGO

Una sera di fine ottobre aveva lungamente camminato per le strade di Roma. Senza una meta precisa, era arrivato a Villa Borghese e quindi  proseguito fino al Pincio. Da lì, un cielo nero, squarciato da tratti di nuvole rosa, si intravedeva senza promettere niente di buono. Guardando quel cielo, si chiedeva in quale punto della città stesse già piovendo, senza peraltro preoccuparsene troppo. Lo strano silenzio calato nella mente era rotto solo da urla eccitate di alcuni bambini che, dietro di lui, correvano su delle piccole macchine. Li aveva incontrati qualche minuto prima,  quando, senza farci troppo caso, aveva guardato i loro volti arrossati e felici. Li sentiva adesso dietro le spalle e ripensando a quei volti sconosciuti, riconobbe improvvisamente su di essi  il  vento caldo che un giorno era stato suo.

Una punta di gelosia per quel tradimento si conficcò inaspettatamente in un angolo di cuore.

I

Dalla sottile linea di demarcazione tra il nero e il bianco, il buio e la luce, il pessimismo e l’ottimismo, era caduto nella zona d’ombra più a sud della notte. Non molto chiaro era il momento esatto in cui ciò accadde. Il giorno, il mese o l’anno di quell’evento indefinito di cui certo c’era solo il suo vagare, sospeso nel leggero vuoto del pensiero. Seduto nella poltrona a guardare il soffitto, la vita fluiva come nebbia bianca di una giornata d’autunno mentre il sole, alto nel cielo, filtrava dalla finestra in un’ ora di una mattina qualunque. Fissando le pareti della stanza, si accorse che erano diventate inspiegabilmente sporche. Appena due anni prima le aveva fatte tinteggiare di bianco e, guardandole adesso come per la prima volta, ne osservava tutta la vita che ci si era già attaccata sopra. Voci, incontri, telefonate sembravano riemergere da quel lieve grigiore come da un luogo remoto e sconosciuto e a tratti trasformarsi in scure ombre che parevano risucchiarlo con forza in un malessere dalle incerte sembianze.

Come sempre più spesso gli accadeva negli ultimi tempi, era già  in ritardo e lo stato di ansia che normalmente lo caricava per cominciare, sembrava dissolto come neve sporca sciolta dal sole mentre un sonno leggero e persistente  aveva preso il suo posto e, con ostinata maleducazione, non accennava a nessun gesto di galanteria. Comodamente appollaiato nel suo sguardo, elargiva sbadigli con fare annoiato. Gli capitava da un po’ di ospitarlo non molto volentieri negli occhi e nella mente. Lo riconosceva dalle prime ore del giorno quando, allo specchio, se lo vedeva puntualmente appiccicato addosso. Il  senso di stizza per quella invadenza gli delineava già da quell’ora fresca del mattino i connotati delle sue giornate che, da quello strano luogo a sud della notte,  erano diventate tutte piuttosto simili e allineate, come i denti nella bocca. Da quando aveva tolto quelli del giudizio, qualcosa lì dentro era cambiata e così, da un giorno all’altro, aveva cominciato a digrignarli di continuo. Forse per una strana vendetta del giudizio, così di netto fatto fuori.

Si accorse improvvisamente di aver lasciato le finestre aperte e, seppur la giornata fosse una di quelle assolate, la temperatura della stanza si era abbassata. Strani pezzi di sogni gli scorrevano ancora nella memoria e con velocità si nascondevano dietro colonne di torpore. Del tutto incapace di bloccarli, si sforzava di resistere alla vita tornata, cercando di rimanere in quello stato ancora per un poco. Un brivido di freddo lo pervase, svegliandolo definitivamente. Lo stato d’animo ritrovato sembrò non aver subito alcun mutamento, riproponendosi con accentuata malinconia. Teo, il cane di Walter il suo vicino, rimasto solo in casa, si prodigava in un abbaiare monotono e continuo, privo di rassegnazione. Conosceva bene la tenacia di quel piccolo cane. Poteva spingerlo in eterno a dimenarsi tra la porta e il balcone, a grattare, abbaiare, correre.

Accanto a tutto quel movimento, se ne restava ancora immobile, spiando immagini sconnesse che, con indubbia circospezione, gli camminavano radenti alle pareti della memoria. Tra queste, quella di alcuni bambini incontrati per strada, si intrufolò non del tutto inaspettata. Li aveva incontrati qualche giorno prima, quando guardandoli correre su delle strane macchinette, aveva ripensato alla sua bici.

Ci stava sopra per intere giornate insieme a Michele.

Michele. Erano anni che non pensava più lui. Eppure gli aveva voluto bene come a un fratello anche se, come ad un fratello, non gliel’aveva mai detto. A volte si scambiavano la bici e lui prendeva quella più piccola che, però, correva come una freccia, tanto che un giorno ci aveva rimesso un ginocchio e una bella ferita alla testa. Si era lanciato a capofitto in una discesa senza asfalto, dove mille pietrine gli avevano fatto perdere il controllo e prendere il volo.

Spezzoni di vita gli tornavano alla mente soffici e dolci come lo zucchero filato della festa del Corpus Domini, quando tutti si riversavano per le strade, brulicando tra mille bancarelle. Riusciva ancora a sentire il pigolare dei pulcini che, sotto l’assedio rumoroso dei bambini, tremavano l’uno accanto all’altro, esposti in scatole di cartone mentre, poco più in là, dai banchi dei venditori di pentole e coltelli, mani veloci si prodigavano a tagliare, sminuzzare, cucinare e un odore pungente di soffritto incalzava nell’aria. Il suono della banda, da lontano, anticipava la sfilata di quadri umani che, portati a braccio da urlanti portantini, andavano in giro ballonzolando su strutture sospese nel cielo. “Donzella donzella…vietenne, vietenne…”. Dall’alto di uno dei quadri, una fanciulla dai capelli lunghi e neri, vestita di bianco, se ne stava appoggiata su una piccola sedia, con lo sguardo perso in un punto sconosciuto dell’orizzonte. Tre figuri vestiti da diavoli le giravano intorno, urlando, mentre corna rosse si agitavano sulle loro teste nere. Con gesti fulminei, si abbassavano verso la folla, cacciando la lingua e spalancando occhi così assatanati che da bambino ne aveva paura e si nascondeva tra le gambe di suo padre.

“Teo, Teo, eccomi sono tornato”. La voce di Walter rimbombando dalle scale, lo ridestò solo per un momento da quel torpore mentre un senso di colpa per l’irrispettosa ingratitudine verso quegli anni cominciò ad insinuarsi con il volto di un doloroso rimpianto. Per qualche ignota ragione, il loro fluire sembrò per un attimo prendere vita, come un fiume sotto il letto. Forse fu per questo che pensò a quel bel giorno d’estate o forse no, a quello piovoso d’autunno, quando con un tuffo, aveva abbandonato la sua infanzia. La vedeva adesso da lontano, rimasta sola sulla spiaggia che lo salutava, mentre lui, con bracciate sempre più veloci prendeva il largo nel mare alto della vita.

Una dolce nostalgia lo pervase, facendogli assaporare un gusto sconosciuto, mentre una leggera malinconia si abbarbicò nella parte superiore del cuore e un sospiro gli sfuggì dal naso. Per un solo momento quel sospiro gli sembrò contenere tutta la sua vita che, d’improvviso e senza alcuna avvisaglia, se ne volava via, libera nella poca aria di quella stanza dalle sporche pareti. Per un istante la vide volare come una farfalla bellissima dalle ali variopinte. Leggere e impalpabili. La guardava volteggiare sopra il suo il naso, piroettare e danzare quasi a ritmo di una musica senza suono. Appoggiarsi alle pareti per riprendere fiato e poi di nuovo volare. Un sorriso attraversò le sue labbra dischiuse, dove con un balzo improvviso la farfalla variopinta si fermò, rientrandogli dentro.

II

Sensazioni antiche, di una vita futura già vissuta, se ne stanno accovacciate dietro il suo sguardo da bambino rivolto verso l’orizzonte, mentre il freddo secco e pungente gli arrossa il naso e le gote. Avvolto nel cappottino blu, cammina mano nella mano con suo padre. I binari della stazione costeggiano il marciapiede da dove il silenzio della mattina è interrotto solo da qualche rombo di motore in lontananza. E’ domenica. Dopo il bagno ha indossato il vestito e gli stivaletti nuovi, comprati dopo che, con quelli di pelo che gli piacevano tanto, ci è finito dentro la calce. Era lì, sotto casa a giocare. “Dai vieni, proviamo a saltare” aveva urlato a Michele, mentre ripiegato sulle ginocchia già prendeva felice la rincorsa. “Esci subito da qui” qualcuno gli aveva gridato e, prima ancora che se ne accorgesse, due braccia forzute lo avevano afferrato da dietro, sollevandolo da quella roba molle che aveva avviluppato i suoi piedi. Uno dei muratori del cantiere lo teneva in aria mentre l’eccitazione del salto aveva lasciato il posto ad una strana paura. Guardando gli stivaletti di pelo nero impiastricciati da quella melma, lacrime salate erano improvvisamente salite ai suoi occhi. Il pensiero di sua madre che, da lì a poco, ai fornelli della cucina, se lo sarebbe visto rientrare a casa in quella condizione, non gli lasciava scampo. Non c’era niente da fare se non chinare la testa e, nascondendo le lacrime che gli salivano agli occhi, confessare in silenzio.

Ancora adesso quelle lacrime gli bruciano sulla faccia, anche se è passato solo un mese da quell’addio commosso ai suoi stivaletti. Adesso, guardando quelli nuovi, cammina sul marciapiede lentamente, con i piedi leggeri, evitando accuratamente ad ogni passo di rovinarli. Sa già che le immagini scapperanno inseguite dai suoi occhi mobili e veloci, come tigri affamate all’inseguimento della preda, mentre suo padre, lì accanto, asseconderà il suo passo lento. Piccoli e grandi dettagli scatteranno con balzi fulminei al cervello da dove una giovane e insaziabile curiosità partorirà domande a cui, con pazienza e da sotto il cappello, suo padre risponderà.

Il suo respiro è affannoso e il fumo del freddo gli esce dalla bocca. Guarda dal basso il suo dritto naso, mentre ascolta quelle risposte dall’aspetto familiare eppure sconosciute, come già ascoltate eppure mai sentite. Come ogni cosa della domenica, tutto sembra rallentato e calmo, anche il treno che da lontano sta per arrivare, anticipato da un rumore sordo e da un fischio improvviso che si perde nel cielo. “Guarda, guarda. Il treno. Senti come fischia”.

Un batter d’ali impercettibile sembra per un momento scuotere il suo piccolo cuore, come una foglia cullata da una dolce folata di vento. Chilometri di anni già vissuti, in un solo momento vengono risucchiati in quei suoi occhi da bambino, per terminare quella corsa a ritroso nel tempo nell’immagine di un treno che lentamente avanza sulle rotaie di una domenica dell’infanzia.

Con un respiro profondo, assapora l’aria pungente cercando di trattenerla per un lungo momento. Sente quell’aria fresca entrargli dentro e scorrere nelle vene insieme al suo sangue.

Diventare parte di lui. Diventare lui.

Con gli occhi da bambino respira con la consapevolezza dell’uomo, la cui memoria, srotolata come il nastro di una bobina, si è improvvisamente riavvolta su sé stessa per dispiegarsi nuovamente in un tempo irreale e sconosciuto, seppur già vissuto. Un tempo soffice come una nuvola bianca, che sfuma nell’azzurro di un pomeriggio di luglio, quando il caldo ti fa venire sonno dopo mangiato. Ha approfittato di quella calma piatta rotta solo dallo scorrere dell’acqua e dal rumore dei piatti che sua madre sta lavando per sgattaiolare sotto casa, dietro la scuola elementare. La sua quercia è lì ad aspettarlo, con il tronco possente e la chioma di foglie protesa verso l’alto, immersa in un tempo eterno. E’ un’emozione antica, come quella che si prova di fronte ad un amico che non si vede da tempo. Con agilità ritrovata, comincia ad arrampicarsi su quel tronco immenso che le sue piccole braccia riescono a stento a sfiorare. Adesso sa che sta rischiando ma quel sapere è fuso con la rivelazione di un calcolo dell’istinto che solo i bambini sanno fare senza ragionare. Un piede qui, uno lì. Poi un braccio verso quel ramo che sembra così conosciuto e che altre volte lo ha retto. Diverse fessure si alternano a impercettibili protuberanze che, però, se i piedi li fai diventare piccoli piccoli, somigliano quasi ai gradini di una scala. Ecco, finalmente, la cima. Da quel punto le foglie bisbigliano sopra la sua testa mentre il vento caldo dell’estate si raffredda sulle gocce di sudore della sua fronte. Spossato e felice, si appoggia con la schiena sul tronco e, con le gambe a penzoloni da un ramo, sente sotto di sé il fitto vuoto dell’altezza. Un senso di pace gli entra dentro lentamente mentre sente quell’albero imponente diventare parte di lui. Diventare lui.

Con lo sguardo rivolto verso il cielo, assapora quel momento, respirandone profondamente il profumo, gustando ogni goccia della sua dolcezza. Gli occhi spalancati cercano di catturare la grandezza del silenzio mentre i raggi del sole tra le foglie, come braccia tese, lo cullano fino a farlo addormentare.

In quel soffice dormire, il tronco della quercia diventa la schiena di un uomo dalle larghe spalle. Le sue piccole scapole sporgenti sono appoggiate a quella schiena robusta in cui piacevolmente sente di essere a casa. Di quell’uomo conosce la forma del naso e il colore degli occhi. Il suono di una voce senza parole, gli racconta di anni vissuti. Ma quelle parole non dette le ha già ascoltate. Mute, gli scivolano dentro come un ruscello in un verde prato. Sa che quell’uomo sulle cui spalle si appoggia quasi entrandoci dentro è l’uomo che sarà. Lo riconosce dal respiro e a dire il vero è già successo di averlo incontrato, in un caldo pomeriggio d’estate. Da dietro uno scoglio nel mare lo ha visto avanzare verso di lui con veloci bracciate e una volta di fronte, hanno riso e scherzato insieme per un lungo momento. Con un lampo improvviso, una luce quasi accecante gli impone di ripararsi gli occhi. Come un flash di una fotografia scattata a sua insaputa, per un momento non riesce più vedere. Sarà questo candore della neve. Così bianca, sconfinata, ovattata. Una distesa immensa gli si apre davanti. Neve e cielo sembrano fusi tra loro e il silenzio è rotto solo dal suo respiro affannoso. Ha gli sci da fondo ai piedi. Li ha affittati per le gare della scuola. “Dai andiamo. Se ci classifichiamo ci mandano a Limone di Piemonte per una settimana”, aveva insistito Michele. Non avrebbe voluto andarci, non sapeva sciare. Per non parlare del fatto che non aveva niente da mettere e un po’ si vergognava all’idea di dover ancora indossare il solito pigiama sotto i pantaloni per non sentire il freddo. Come se poi fosse bastato quello stupido pigiama. Ancora se lo ricordava quel freddo cane attaccato alle gambe bagnate dopo aver scivolato per tutta la mattina sulle discese di Campitello. Aveva un monolocale Adolfo, e i suoi fratelli più grandi la domenica li portavano con loro. Tutte quelle curve gli facevano venire da vomitare ma, una volta sopra, l’aria fresca e la neve bastavano per fargli passare tutto. Con il passamontagna arancione e i doposci, salivano con il bob rosso fino alla cima di quelle discese lisce, bianche e deserte da dove si buttavano all’impazzata. A fine giornata, bagnati, sudati e soddisfatti se ne tornavano a casa con il culo gelato e le gambe indolenzite.

Come diamine ha potuto essere così idiota da accettare? Come è stato possibile convincerlo a ritrovarsi su quella distesa immensa di neve, vestito alla buona, con quel dannato e solito pigiama sotto i pantaloni, infagottato e sudato per la fatica. Quel cretino di Michele l’ha veramente fatta grossa! Se ne stava lì davanti al professore con quel suo fare tranquillo, sparlando di tutte quelle minchiate. Lo aveva infinocchiato proprio bene quel tardone del professore, che alla fine, aveva capitolato iscrivendoli tutti e due alla gara provinciale di gennaio. Se fossero riusciti a classificarsi restavano solo le regionali. E poi era fatta. Certo su una cosa Michele aveva ragione. Riuscire a classificarsi significava solo finire il percorso, visto che gareggiavano solo loro due nella categoria juniores , l’uno contro l’altro. Eppure, adesso che si ritrova con quegli sci ai piedi, in quella vasta distesa di neve, Michele lo strozzerebbe volentieri, lasciando il suo cadavere a congelarsi lì sulla montagna.

I ragazzi più grandi sono partiti veloci e chissà adesso dove diamine saranno arrivati. “Questo maledetto sci si è sganciato” . “Dai riallaccialo e ripartiamo insieme.” “Questo si è rotto, continua a slacciarsi e mi impedisce di camminare, me lo tolgo”. “Non te lo puoi togliere, ti squalificano se ti vedono” . “Se mi vedono? Dannazione, sono ore che camminiamo senza sosta. E questi sembra che ci abbiano abbandonato.” Michele se la ride sotto i baffi, mentre lui con un piede su uno sci e l’altro affondato nella neve, è sempre più furioso. A guardarlo bene, Michele, non è certo messo meglio di lui. E lì davanti, tutto rosso in faccia, con quella giacca a vento stretta e striminzita, che chissà chi gliel’ha prestata. Anche lui deve avere il pigiama sotto quei pantaloni di velluto marrone, che gli stanno così appiccicati alle gambe. A guardarlo bene, sente dal fondo della pancia avvicinarsi l’eco di una risata. Ne riconosce l’aspetto. Una risata che si fa con vecchi amici ricordando un’avventura del passato. Sì, proprio così, una di quelle che ti fa venire le lacrime agli occhi, che quasi non ti fa respirare. E più quell’eco si avvicina, più la rabbia sembra volarsene via. Guarda Michele, che in una smorfia quasi dolorosa cerca di trattenere il sorriso per non farlo infuriare. Senza parlare, dopo essersi fermato, improvvisamente quella risata gli esplode dalla bocca, come gli scoppi di un capodanno. E lì, in quella immensa distesa bianca si ritrovano finalmente a ridersi in faccia, l’uno nello sguardo nell’altro, con un piede nella neve e i nasi freddi come ghiaccioli. Un momento di vita li attraversa come una freccia scagliata da un arco mentre quella risata squarcia il bianco del silenzio, raggiungendo le montagne, da dove, riecheggiando, la scorge negli occhi fraterni di Michele.

Sorseggiandola, sente scorrerla nella sua gola, rientrargli dentro e diventare parte di lui. Diventare lui, mentre il cielo improvvisamente si colora del rosa del tramonto e il vento caldo gli accarezza i capelli. Sulla bicicletta, pedalando senza sosta dopo tutta la giornata, respirando a pieni polmoni l’aria profumata di primavera, di fiori e di un infinito senso di amore che adesso sa essere per la vita. Se ne sta da solo a volteggiare sulla sua bicicletta, pedalando per un po’ e poi fermando i piedi e le gambe, lasciandosi trasportare da qualche discesa, guardando in alto gli uccelli che come lui danzano nel cielo. In quello sconfinato sguardo nelle profondità dell’esistenza, non c’è nessuna paura di cadere. Non si può cadere come non si può morire. L’eternità è di nuovo parte di lui, pur se la mente dell’adulto che intravede lontano, conosce bene la sua fine.

III

Un batter d’ali senza suono riecheggiava nel silenzio, rimestando nella sua anima. Sotto sopra. Il turbinio di quei brevi ricordi aveva avvolto il cuore, dandogli la sensazione di una gigantesca ruota panoramica. Sospesa in quel punto esatto del cielo dove il silenzio sembra qualcosa da toccare. Enorme. Leggera.

L’indolenza, tuttavia, si era già messa in allarme e sembrava ribellarsi, cercando di avere la meglio su quella strana e sconosciuta voglia. Di ricordare e rivivere. Momenti lontani da non sembrargli più di esser stati vita vera. Sentiva dentro la fatica che ci sarebbe voluta, che non valeva quella pena che si sarebbe sentito costretto a provare. In quel momento in cui, molto più saggiamente, avrebbe dovuto scegliere di riposare, chiudendo gli occhi dell’anima e del cuore, approfittando di quell’utile torpore. Perché era questo quello di cui aveva bisogno: mettersi a riposo, fermarsi e non certo riviverla, la sua vita.

Quella fino allora era comunque abbastanza.

Eppure qualcosa da lontano sembrava urlargli contro una sorta di risentimento anche se non riusciva davvero a considerarla la natura di quel che provava. Facendo finta di niente, camminando in punta di piedi per paura di agguati, non lo aveva mai guardato bene il suo sentire. E adesso, che ne rimaneva in qualche modo sopraffatto sentendolo, lo avrebbe voluto ancora sfocato. Senza alcuna compassione per cuore, anima o cervello, qualcosa di forte gli pungeva dentro, ripercuotendosi sotto la pelle con la forza di mille spilli. Non poteva nemmeno debolmente resistere, almeno non più. Tutto questo doveva essere assaporato, mangiato, digerito.

Ed era come banchettare con piatti a base di sassi che gli avrebbero rotto i denti, massacrato la gola, graffiato lo stomaco.

Nell’inconsapevole ricerca di sé stesso, avviata senza preavviso e alcuna volontà, si ritrovava sconosciuto a sé stesso molto più che un estraneo. Nel quale avrebbe scorto in ogni caso qualcosa di più familiare.

La vita, sì, era trascorsa veloce. Talmente, che la frenata improvvisa lo scaraventava lontano. Intuiva che ben presto da quella ruota panoramica il suo cuore sarebbe caduto in basso, più a sud della notte. Guardando le nuvole aveva cercato un segno nel cielo che, sordo, era rimasto a guardarlo. Si rese conto di aver ben poco da dire, o che tutto quel che aveva da dire era talmente tanto da non saper più nemmeno da dove cominciare. E quella mancanza di parole era simile a un foglio di carta bianco in cui si ritrovava prigioniero. Sprofondato nella sua poltrona nera di pelle, per un momento un nodo sembrò stringersi intorno alla gola, fermando lacrime antiche e, pur tuttavia, sconosciute.

 

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13 thoughts on “A sud della notte”

  1. Ale è ufficiale: sei una scrittrice di genere “noir mediterraneo”
    Questo è l’inizio di un racconto del tuo collega di genere:
    L’inverno Titì se lo portava dentro. In quell’istante, gli sembrò perfino che il freddo fosse più pungente nel suo corpo che fuori, per strada. Forse per questo non batteva più i denti, aveva pensato. Ormai non era che un unico blocco di ghiaccio, come l’acqua nei canaletti lungo i marciapiedi.
    J. C. Izzo

  2. Davvero un talento chiuso nel cassetto. È ora di dargli un po’ di aria e mandare via i vecchi tarli… adesso una farfalla e il suo volare libero.

  3. Una buona testa e un buon cuore sono sempre una combinazione formidabile. Ma quando ci aggiungi una lingua o una penna colta, allora hai davvero qualcosa di speciale.
    (Nelson Mandela)….magari potessi avere un pizzico della tua mente sensibile!

  4. Proseguendo questo cammino mi attrae la paura che invece io possiedo, di perdermi con lo sguardo nelle profondità dell’esistenza … grazie

  5. Mi associo! Non puo’ finire così! Dopo le lacrime antiche dovrà pur succedere qualcosa! Ah, la solitudine delle ruote panoramiche…

  6. Cara Alessandra, lasciare un commento senza toccar quelle vette risulta banale o addirittura sciocco… restare in silenzio invece, ci si mette al sicuro…. “Sospesi in quel punto esatto del cielo dove il silenzio sembra qualcosa da toccare.”
    La tua scrittura non è ad un livello umano/terreno e francamente non è per tutti! Io sono convinto che hai un dono che molti o pochi condividono che banalmente potrebbe esser definito sensibilità profondità o altro… mi limito a dire che è quello che mi piace leggere perché mi ci vedo mi ci sento mi ci gusto ed assaporo, mi sento a casa e meno spaventato di quando penso e scrivo così anche io, e son solo “Facendo finta di niente, camminando in punta di piedi per paura di agguati,”
    perché a volte
    ” non lo aveva mai guardato bene il suo sentire. E adesso, che ne rimaneva in qualche modo sopraffatto sentendolo, lo avrebbe voluto ancora sfocato.”
    … Capisci che tutto combacia come un incastro di tetris all’ultimo livello, il più difficile il mai raggiunto, che però esiste.
    lì, fuori o dentro questo non lo so, da qualche parte ci chiama e sfugge, ci raggiunge e ci lascia soli a sprofondare sulle nostre poltrone…
    Grazie

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