Cara Ale, dove vanno a finire le parole che non diciamo? Quelle che restano ferme tra il cuore e la gola, quelle che prepariamo per giorni e poi, al momento giusto, non escono. Oppure escono quando è ormai troppo tardi, quando la persona è già andata via, quando noi stesse siamo ormai in un altro punto della vita. Dove vanno a finire? Forse restano da qualche parte dentro di noi, dimenticate in una stanza chiusa. Ogni tanto le senti che si muovono, fanno rumore. Cadono da uno scaffale, ci svegliano di notte, ci tornano in mente mentre camminiamo, mentre facciamo la spesa, mentre viviamo. Ci sono parole non dette per orgoglio, per timore o per pudore. Parole non dette perché dirle avrebbe cambiato tutto. Oppure quelle più difficili: le parole non dette perché, in fondo, sapevamo già che non sarebbero state accolte. Le più pesanti perché restano senza destinazione, come una lettera senza un indirizzo. Ho sempre pensato che dire tutto fosse una forma di salvezza. Che se avessi trovato la frase corretta, il tono giusto, il momento perfetto, qualcosa si sarebbe finalmente aperto. Come se per risolvere tutto bastasse pronunciare la famosa parola magica. Ma non tutte le parole servono a raggiungere qualcuno. Non tutte servono a convincere, a spiegare, a farsi capire, a cambiare il finale di una storia. Alcune restano dentro di noi, perché in fondo siamo noi il destinatario finale di quelle parole, finché non siamo pronte a sentirle davvero. Finché non capiamo che non erano lì solo per essere rivolte a qualcuno, ma anche per farci vedere che cosa stavamo provando, che cosa stavamo aspettando, che cosa stavamo chiedendo da troppo tempo. Ci sono parole che non vanno date a chi non saprebbe tenerle con cura. Parole che hanno fatto tanta strada dentro di noi e che proprio per questo non possono finire in un silenzio qualunque, in un ascolto distratto, in mani che le prenderebbero solo per lasciarle cadere subito dopo. A un certo punto, ti stanchi. Ti stanchi di restare sempre lì, con la stessa frase in mano, davanti alla stessa porta. Non per rabbia. Nemmeno per superiorità. Ma perché capisci che certe parole, se restano troppo a lungo in attesa di qualcuno che non le accoglie, finiscono per toglierti il respiro. E allora le affidi a una pagina. Le lasci uscire non per ricevere qualcosa in cambio, ma per guadagnare spazio, spazio per respirare. Spazio per non restare sempre ferma nello stesso punto. Non tutte le parole non dette erano davvero destinate a essere dette. Alcune dovevano solo maturare dentro di te. Farti capire che non sempre il silenzio è una resa. A volte è una forma necessaria di cura. Quante parole mi sono rimaste in gola. Oppure sedute accanto a me come fantasmi, a pretendere per lungo tempo attenzione. Parole di desiderio, paura, amore, rabbia. Bisogno di essere vista. Bisogno di essere capita. Oggi penso che quelle parole non dette, a modo loro, abbiano cercato di proteggermi mentre io ancora non riuscivo a farlo. Cosa farne ora di quelle parole? Qualcuna la terrò dentro di me, perché ormai mi appartiene. Altre le lascerò andare. Lasciarle andare: l’unico modo per non restare prigioniera per sempre di chi ero quando non riuscivo ancora a dirle.

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