Cara Anto, mi scrivi che sono giorni che giri intorno a una cosa che conosci da sempre: la paura. Io, invece, da giorni giro intorno alla mancanza di parole per risponderti. Tu sei sempre diretta, ti infili nei contenuti delle tue lettere come quelli che placidamente prendono il sole stesi al sole e che in un nanosecondo decidono di tuffarsi, come fosse la cosa più naturale del mondo: si alzano, si sgranchiscono, si stropicciano gli occhi un po’ assonnati, tutto contemporaneamente mentre si avvicinano alla riva e, senza che nemmeno il loro corpo possa realizzare l’evenienza di chiedere pietà, si sono già tuffati in mare, in quel mare che li inghiotte nella escursione termica, per i più letale, e che invece per loro è fortemente salutare. Ecco, tu entri nelle tue lettere come questi soggetti che io ho sempre guardato da sotto l’ombrellone con profondissima invidia. Tu ti tuffi, io devo decantare anche il sole che non ho preso. Devo meditare, raccogliermi, ammollare il mio cervello in un estenuante indecisione se fare o non fare il bagno, valutarne le conseguenze, calcolare senza approssimazione i gradi di escursione termica a cui sottoporre il mio corpo, prevedere il fastidio del costume che resterà bagnato, il limite tollerabile di granelli di sabbia che mi si appiccicheranno sulla pelle una volta finito il bagno a seconda dei nodi in cui spira il vento, il tempo medio di asciugatura al sole dei capelli senza che gli stessi possano trattenere l’umidità nociva alla mia cervicale, la possibilità del pizzico della medusa, quella di farmi male sotto i piedi con qualche pietra nascosta e appuntita sotto la sabbia, e, quando poi ho valutato tutto ciò e deciso eroicamente di affrontarlo per raggiungerti e sguazzare insieme a te allegramente nel mare, tu sei di sicuro al tuo terzo o quarto tuffo dopo avere reiterato il circolo sole-mare-virtuoso.

Non a caso sei bella abbronzata anche a maggio mentre io resto pallida fino a settembre. Bianca come un foglio bianco, come una tabula rasa di un cervello senza parole o con le parole da tirare su dalla rete dentro una barca, come un pescatore. Come la metti metti, sempre di fatica si parla quando ci sto di mezzo io. Che sì, lo so, amica mia. Ma chi me lo fare? Cioè non me lo ha mica ordinato il medico di stare qui a racimolare a fatica le parole, a pescarle come pesci e tirarle su per vederle guizzare sulla mia barca per poi finire a rigettarle a vivere nel mare. Eppure, è così Anto. Quando si tratta di scrivere, a volte ho proprio la sensazione di dover scalare l’Everest per cominciare. Me ne sto infatti da giorni a riflettere su quello che tu hai scritto della tua sconosciuta enormità e della paura di scoprire di cosa si potrà mai trattare. Le parole che mi attraversano non restano però da nessuna parte mentre le tue mi appaiono tutte giuste, pulite, adatte ad un pensiero nitido. Preciso al pari del vago che sottintende, tanto che io, il tuo senso di enorme sconosciuto, lo recepisco per intero, lo interiorizzo e lo presento al mio. A quello, cioè, che magari non è il tuo ma che io pure sento dentro da quando ero bambina, soprattutto quando sogno. Una cosa strana che non si può mica costringere a stare dentro alle parole. Un senso appunto di enorme, ma leggero leggero. Sarà forse connesso con l’essenza?

Mentre me lo chiedo, mi sovviene la preoccupazione di cosa mai potrebbe pensare chi legge. Per esempio, che siamo due megalomani convinte di avere a che fare con l’enormità? Nel mentre pure io me lo chiedo, mi sembra con questa lettera di andare un po’ qui, un po’ lì, senza dire niente. Hai presente quelle cose destrutturate che vanno oggi di moda? Ecco, la mia lettera, fai conto, è una frittata destrutturata. Una frittata che cioè è un paio di uova sparse, una in un piatto e una in un altro. Le mie parole oggi cara Anto sono uova non amalgamate, tanto che alla fine con questa lettera che diavolo ti ho detto? Te la mando lo stesso per non rendere vana la fatica che ci ho messo dentro, ma tu abbi fede. Un giorno ti risponderò a dovere sulla paura, devo solo attendere che il mio cervello si restrutturi come si deve.

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