Buongiorno cara Anto, un altro lunedì fa capolino dalla finestra, sbucando da dietro le foglie verdi della primavera. Hanno già ricoperto, con la velocità di una moviola accelerata, tutto lo spazio che, nel passato prossimo solo di ieri, si intravedeva ancora tra i rami dei tigli. Nel frattempo che ciò accadeva, il cadavere dell’inverno è giaciuto sul mio letto, materializzato in un numero piuttosto spropositato di vestiti inutili che invece di dismettere (finalmente), insisto (ahimè) a spostare da un lato a un altro dell’armadio, spacciando il tutto per cambio stagione. Pratica balorda da compiere due volte l’anno: sepoltura dell’inverno nel cimitero dell’anta destra e resurrezione dello stesso verso la fine dell’autunno, quando tutto ritorna a sinistra. Movimentazioni che si effettuano rigorosamente in apnea, con il senso sempre più opprimente di sopraffazione dei mucchi. Io, che mi cito parecchio, l’ho più volte descritta la pratica balorda  (cambio stagione) che, se seguissi la tangente, ti starei qui nuovamente a raccontare per filo e per segno, dando la sensazione a chi legge di un rimbambimento irrimediabilmente intervenuto.

Oggi, quindi, non la seguo la tangente. E no perchè non sono rimbambita, ma perché vorrei parlarti, piuttosto che di cambi stagione, di tradimenti. Cacchio, dirai tu! E te lo dico così, come se niente fosse? Lo so, non hai tutti i torti, benché, come te lo dovrei mai dire? Certo all’alba del lunedì, per di più quello dopo un cambio stagione,  solo a me  per attinenza può venire in mente di parlare di tradimenti. Ci riflettevo sopra con calma mentre facevo colazione con un biscottone inzuppato nel latte di riso con il caffè, cioè mentre tradivo l’idea della dieta che avrei dovuto cominciare, appunto, di lunedì e, per questo, i tradimenti di cui avrei voluto parlare hanno impropriamente preso a scivolare verso tutte le pratiche dannose che continuo inesorabilmente a reiterare, da quando più o meno ho memoria, contro me stessa: procrastinazione, rimuginio,  postura scorretta, sfruculiamento continuo delle pellicine delle dita delle mani, digrignamento dei denti, iper attività solo per le cose faticose, dispersione di senso del dovere a iosa, e via discorrendo, cioè, di tutta quella miriade di piccoli-grandi tradimenti a quell’idea di benessere che si è creata in un luogo del mio cervello, grazie anche ai miliardi di input esterni che mi bombardano dalla mattina alla sera, da ogni dove, nascondendosi, spesso insinceri, dentro i consigli e le verità assolute detenute, chi sa poi perché, in ostaggio da  quel mondo che vuole il tuo bene e ha capito tutto della vita (e talvolta pure della morte e della sua resurrezione). Di quel mondo che, a differenza tua, conosce bene tutto, come si nasce, come si vive, come si mangia, come si ama, come si muore e, talvolta, pure come si resuscita, e che al suo cospetto, ti fa sentire un essere indegno che non sa nascere, non sa mangiare, non sa amare, non sa vivere, non sa morire e nemmeno resuscitare. (Almeno fino a quando tu non ti decidi a PAGARE il riscatto per liberare l’ostaggio della verità prigioniera nelle sue mani, cioè quelle di un mondo che, con tutta evidenza, ti tradisce ogni giorno).

Scrivo di tutto questo e mi rendo conto che sto però tradendo i tradimenti di cui volevo dire. Che, accidenti a me che devo sempre divagare. Lo sapevo che non dovevo partire da me e dai tradimenti che mi faccio. Che, diavolo, questa cosa mi allunga solo inutilmente il discorso. Lo so, diamine, che io mi tradisco continuamente ma chi se ne frega? Cioè,  se mi auto-tradisco me la canto e me la suono da sola e, dunque, a chi cavolo devo stare a rendere conto? Saranno pure stracazzi  miei renderne conto a me stessa, oppure no? E’ una faccenda privata, santo Iddio, che nulla ha a che vedere con i tradimenti degli altri. Sai quelli che, quando ti capitano notti che non riesci a dormire, ti metti a contarli come si fa con le pecore immaginarie? Sono belli archiviati  negli schedari della tua memoria, in ordine alfabetico elencati con i nomi e i cognomi di tutti quelli che lo hanno fatto (tradirti) e si ammucchiano sul cuore come i vestiti del cambio stagione sopra al letto. Era forse questa l’attinenza? Sì lo so,  non c’e’ piu’ tempo per dirne, ne ho già sprecato troppo. Anche se ora che ci penso, ne ho pure già parlato  e se mi ricito ancora, forse è perché, più che essermi rimbambita, ci sono cose che io proprio non riesco a lasciare andare. Un pò come i vestiti del cambio stagione, cara amica mia, che due volte l’anno mi ricordano che per respirare meglio dovrei toglierli di mezzo, e che io  invece  continuo inesorabilmente ad ammucchiare nel mio armadio.

Stanotte  non riuscivo proprio a dormire, e quando è così i pensieri si ammucchiano l’uno sull’altro come in certe circostanze i cadaveri dei morti. Sono ricordi, nomi e cognomi di tutti quelli che mi hanno tradita nella vita. Quelli a cui ho dato la mia vita in consegna e che me l’hanno restituita malamente, ciancicata.”

da stanotte-non-riuscivo-a-dormire

 

 

 

 

 

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