Cara Anto, grazie. Mi sono svegliata con l’umore nero il che, per una come me che un tempo credeva alla sfortuna, al malocchio e all’occorrenza al karma rivoltato contro, ben poteva adattarsi alla circostanza che oggi sia venerdì 17. In realtà, avevo solo questo 17 a bighellonarmi inoffensivamente per la testa mentre l’aggravante del venerdì mi era completamente sfuggita. Non credo per una manovra di difesa messa in atto dal mio inconscio, visto che, dopo la morte di mia madre, addirittura i gatti neri hanno smesso di incutermi dubbi. Quando lei è morta di 17, devi sapere che per me è stato infatti come aver toccato lo zenit della sfortuna e, dunque, come averla raggiunta e superata. E’ stato proprio come averla vista in faccia, anto mia, mentre tutto il mio mondo mi crollava addosso da tutte le parti, ivi compresa lei, la maledettissima sfortuna. Un vortice scuro di pezzi volanti, un’apocalisse che si è conclusa nella calma dopo la tempesta, tra i vialetti del cimitero.
L’umore stamattina era comunque nero. Forse perché le reminiscenze della superstizione sono dure a morire e un venerdì 17 la sua aurea scura la mantiene lo stesso, pure se fuori c’è il sole ed è è primavera. Il mio umore stamattina era decisamente difficile da raccontare e questo perché mi aveva abbassato le cosiddette frequenze ai minimi storici, al campo cioè proprio dei numeri negativi. Me ne sono uscita così con un messaggio vocale di oltre trenta minuti con cui ti ho letteralmente buttata giù dal letto, riversandoti, appena mattina, il mio stato d’animo addosso. Piacevolmente, così come può esserlo un secchio d’acqua gelata sul dolce torpore del sonno. Lo so, di questi tempi dovrebbero aggiornare le leggi e regolamentare i nuovi reati generati dalle nostre insane abitudini egocentriche. Dovrebbe quindi essere contemplato il reato del messaggio vocale oltre i limiti della decenza, punibile con ammenda e, nei casi reiterati, con la reclusione e la confisca del cellulare. Certo io e te finiremmo all’ergastolo, viste le nostre consuetudini giornaliere, per cui meglio non scherzare. Tuttavia, quando è troppo, è troppo pure per noi. Un messaggio vocale di trentadue minuti e quarantacinque secondi, complessivamente parlando, tramortirebbe chiunque appena mattina. Non te, amica mia bella e carissima, che con la tua incredibile intelligenza emotiva dici sempre le cose giuste per risollevare le mie frequenze. Mi chiedo: ma come diavolo fai con un messaggio vocale di appena dieci minuti a fronte dell’uragano dei miei? Tu, caspita, ci riesci sempre tanto che ho deciso: da oggi ti nomino il mio argano a scoppio. Tu lo sai (vero?) che è un argano a scoppio? Te lo ricordo io, che l’ho appena appreso su internet. L’argano a scoppio è una macchina operatrice utilizzata per sollevare, trascinare o movimentare carichi pesanti E tu lo sai (no?) che le mie frequenze talvolta sono carichi che pesano tonnellate di lacrime e parole?
Amica mia carissima, mentre ascoltavo le tue parole giuste che scoppiettavano dentro di me rialzando miracolosamente le mie frequenze, vuoi sapere cosa è successo? Ecco te lo racconto. Io con le cuffiette mentre ascoltavo il tuo messaggio vocale ho alzato gli occhi e ho visto il mio pappagallino verde arrivare e poggiarsi su un ramo verdissimo di primavera. Dopo che mi hai risollevato le frequenze mi sono sentita promossa da pappagallo verde su un ramo grigio d’inverno a pappagallo verde su un ramo in fiore di primavera. Dimmi se mi riconosci, lì proprio in mezzo a tutto quel verde mentre canticchio tra le foglie…
