Cara Anto, provo a scriverti presto per non perdere il filo. Quello che cioè si dipana dalla tua ultima lettera, dal racconto della cassetta del ’95 e da quel ritorno al passato che si è portata dietro. Non ti nascondo che leggere i tuoi racconti ha talvolta l’effetto di prendermi per mano e ricondurmi a pochi metri dal posto che descrivi, quasi che la mia memoria se ne vada sottobraccio alla tua. Non credo che ciò dipenda dal fatto che parliamo degli stessi luoghi, quanto piuttosto da quello che i luoghi si somigliano sempre tutti, quando fanno da scenario alle sensazioni simili che la nostra memoria ci fa provare. Ecco allora che leggendoti mi sono sentita catapultata per le strade di Campobasso, in qualche mattina ancora invernale, dentro a quel cielo grigio chiaro, sì proprio quello che tu guardavi scorrere dietro i vetri dell’autobus, mentre ascoltavi la tua musica dalle cassette del preistorico walkman, e che, mentre tu ti lasciavi alle spalle, io riacciuffavo e trattenevo negli occhi. C’erano, anche in quello mio, le luci di lampioni ancora accesi la mattina presto e i fari di macchine lente e assonnate che, forse, illuminavano il tuo. Luci del risveglio, che contenevano tutta una promessa di vita, una di quelle vere e intense che facevano a quei tempi presagire le cose belle del destino, quelle a noi, chissà poi perché, di sicuro riservate. Nel futuro lontano, lungo, che prima o poi, però, sarebbe arrivato, e che nel frattempo ti faceva sentire il presente come un film, pure se camminavi solo su un marciapiede grigio di una piccola città di provincia, grazie anche alla musica e alle canzoni belle che ti scorrevano direttamente dentro la testa.

Una di quelle mattine, appunto con il cielo grigio chiaro e le luci, e dentro il presagio bello del futuro, me la ricordo esattamente come un film, ed è stata la mattina dopo il mio primo concerto in assoluto nella vita, quello di Riccardo Cocciante al cinema teatro Ariston della nostra piccola città, ai tempi in cui, al posto delle poltroncine, c’erano ancora le sedie,  rigorosamente di legno.

Il cielo grigio del 1995 che ti sei lasciata alle spalle è dunque, con un balzo all’indietro, confluito nel  cielo grigio del 1986. Se la memoria non mi inganna, avrò avuto infatti al massimo sedici anni. Eccomi, quindi, a camminare per la strada sospesa a un metro da terra ripensando alla bellezza di quella musica, alla voce di Riccardo Cocciante e allo struggimento per la nostalgia di quel concerto tanto atteso e già, così presto, disperatamente, finito. Più di ogni cosa, a trafiggermi cuore, il ricordo vivissimo degli occhi verdi di Valerio Galavotti, il sassofonista, che per tutta la sera avevo fissato rapita e che un mero effetto ottico del mio cervello mi aveva convinta che per tutta la durata del concerto, mi avesse guardata a sua volta fisso negli occhi, dal palco. Rapita dai miei stessi sogni, avevo vissuto un idillio all’altezza dell’amore di Cinzia per Padre Ralph di Uccelli di Rovo. Di certo, il mio amore aveva gli stessi tratti di disperazione del suo. Cotte impossibili adolescenziali che entrambe affrontavamo sulle panchine della villa comunale, fumando schifosissime sigarette e cantando malinconicamente canzoni tristi come Bene di De Gregori.

Parecchia vita è trascorsa da quel cielo grigio, cara Anto. E sai che è bello, con il rewind che si porta dietro, ricaderci per un pochino dentro…

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