Cara Ale, ho ritrovato una vecchia cassetta. Sopra, a penna, c’era scritto semplicemente 1995. E accanto un cuoricino. Un cuoricino piccolo. Una cassetta 90, di quelle lunghe, toste. Gli intenditori mi capiranno. Quelle che quando le tenevi in mano sapevi già che dentro c’era un pezzo intero di tempo, non solo due o tre canzoni. Prima la musica si ascoltava così. Con le cassette. Nello stereo della macchina o a casa, se avevi una piastra. In quel periodo in cui lo stereo era quasi una cosa da proteggere. C’era chi toglieva solo il frontalino, quel pezzo davanti che si staccava con un clic. Altri si portavano via proprio tutto. E restava quel buco nel cruscotto, vuoto, come una ferita aperta. Io me le ricordo quelle persone con lo stereo in mano mentre entravano al bar per un caffè. Lo appoggiavano sul bancone, parlavano, poi lo riprendevano e uscivano. Era tutto assolutamente normale. Nessuno ci faceva caso. E ti ricordi, Ale, quando le cassette si inceppavano? Il nastro usciva piano, si piegava, si arricciava… e tu allora prendevi una matita, la infilavi nel foro e giravi piano, piano piano, per non romperlo. Con tanta pazienza.

Era rimasta lì, questa cassetta. Unica superstite. Perché ne avevo veramente tante. Le altre le ho regalate. Tutte. Le ho date pensando che non le stavo perdendo. Andavano semplicemente da un’altra parte. E che prima o poi le avrei riascoltate. C’era anche una promessa, in mezzo. Una di quelle promesse che non servono a nulla. Mi era stato promesso un impianto, una piastra, qualcosa per rimetterle su. E allora io ho dato subito. La piastra non è mai arrivata. Quindi questa è l’unica rimasta. E per ascoltarla ho comprato un walkman. Mi è arrivato ieri. Aprirlo mi ha fatto uno strano effetto. Come quando ritrovi una cosa che avevi dimenticato di avere. Ho infilato la cassetta. Ho premuto play. E mi sono ritrovata lì, nel 1995. Aspettavo l’autobus con le cuffiette nelle orecchie. Le avevo già su mentre stavo alla fermata. Si fermava, le porte si aprivano con quel rumore secco, e io salivo senza toglierle. Mi sedevo vicino al finestrino. Fuori scorrevano le stesse cose. Le serrande ancora abbassate, qualche negozio che apriva proprio in quel momento, le persone che camminavano veloci, qualcuno che attraversava all’ultimo. E soprattutto il cielo. A volte chiaro, a volte grigio. E dentro quella canzone, Over My Shoulder. Sempre quella. Finiva. E io tornavo indietro. Rewind. La rimettevo. E poi ancora rewind. E ancora rewind. E in quei minuti stavo bene. Senza un motivo preciso. Senza dover capire per forza qualcosa. Stavo seduta lì, guardavo fuori, e tutto aveva il suo posto. Anche quello che non capivo. Mi tenevo stretta quella sensazione. Non facevo altro. E quel cuoricino adesso mi fa sorridere. Perché era per qualcuno, sicuramente. Per l’amore che stavo vivendo in quel momento. Mentre ascoltavo quella cassetta non pensavo a quanto sarebbe durato quell’amore. Lo vivevo e basta. Non pensavo alle complicazioni della vita. Non mi facevo nessuna domanda importante. Non mi serviva sapere altro. Vivevo. Vivevo e basta. Ora invece le domande ci sono, cara Ale. E insieme alle domande c’è anche tanta, tanta paura. E quella leggerezza, la leggerezza del 1995, ogni tanto mi manca. Ecco, la paura. Mio padre diceva sempre: “non aver paura di avere coraggio”. Forse ero troppo piccola per capirla, o forse perché la paura ancora non sapevo davvero cosa fosse, e con essa nemmeno il coraggio. Lui invece sì. Lui sapeva che prima o poi, nella vita, quel momento sarebbe arrivato. E allora mi ha lasciato questo piccolo aiuto. “Non aver paura di avere coraggio.” Non spaventarti di quello che succede quando inizi a essere davvero coerente con te stessa e decidi di essere libera. 1995. Ore 7.30. Fermata dell’autobus. Chi l’avrebbe mai detto che tanti anni dopo sarei tornata lì, esattamente in quel punto, premendo play.

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