L’orticello emotivo va coltivato. Il che, senza ombra di dubbio, richiede una certa fatica. Occorre sgombrare innanzitutto il campo da tutte quelle remore che spesso si frappongono alla pratica. A un certo punto uno dovrebbe avere il coraggio di seguirsi fino in fondo, anche a rischio di apparire un po’ matto, forse anche fissato. Inseguo il pensiero di condividere il mio pensiero, di cercare insomma di fissarlo in qualcosa: nelle parole, in una registrazione o in una pagina scritta. Quello però mi sfugge da tutte le parti, quasi che il cervello mi fosse diventato un colabrodo. Mi resta una sensazione di vago, di indeterminatezza che, via discorrendo, si tramuta nella certezza di una distanza dal resto del mondo, andato, in effetti, in vacanza.

Mi piacerebbe tornare lì dove sono rimasta. Nel mio orticello emotivo mi metto a pensare a quei fiori che sono restati e al mio libro posato sul comodino di mia madre. Penso e ripenso che credevo bastasse questo per deporre anche il velo nero che ha ammantato il mio cuore. Invece, maledizione, quello se ne resta imperterrito lì sopra e mi pare, senza quel libro tra le mani, pure più nero. Rimesto nel mio orticello chiedendomi quanto sia il caso ma anche perché io sia sempre lì a chiedermi quanto sia il caso.

Il cielo al massimo mi risponde con i versi dei gabbiani.

 

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