Oggi parliamo…
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Alla fine rischio sempre di fare un gran mischione. Quello che ho nel cervello se ne sta scalpitante a prendere la ricorsa e fermarsi, prendere la rincorsa … e fermarsi. Come uno alla partenza che aspetta il segnale, e quello non arriva mai. L’adrenalina finisce per entrare in circolo e avvelenare oppure creare, insomma, qualche scompenso. In questo tira e molla e in questa tiritera di partenze mai partite, ecco, ad analizzarlo quel gran mischione che si è stanziato comodamente nel mio cervello, me lo vedo lì, come un barbone pieno di stracci e coperte, con la barba lunga che sennò, appunto, che barbone è. Se non fossi leggermente astemia, ci aggiungerei nella scenografia pure una bella bottiglia di grappa barricata e una corposa ubriacatura di quel mischione sornione che alla fine è diventato il mucchio dei miei pensieri. I miei pensieri, i miei argomenti, le mie cose interessanti. Si prosegue sempre con il freno a mano tirato, nel recinto delimitato del possibile al di là del quale “vietato parlare”. Cosicché il pensiero che si stratifica su sè stesso, in parte esce fuori farfugliando, arrampicandosi sugli specchi e su pareti scivolose. Cade continuamente e si fa male, e si riammucchia sul mucchio che già è e mai che prenda il volo. Il pensiero dovrebbe entrare e per qualche via riuscire, restituirsi all’universo. Poi però c’è da chiedersi quanto restituire un pensiero, di passaggio nel mondo verso l’universo, possa essere di qualche utilità. Nel gran miscuglio di storie che mi assediano da tutte le parti, cosa può rappresentare la mia storia fatta di stracci di pensieri che si arrampicano sugli specchi. Me ne sto qui a fare avanti e indietro nel tragitto, mentre digrigno i denti scorrendo il cellulare. L’irreale è talvolta confuso con il reale e a voler riprendere qualche filo del discorso, mi soffermo su Borges che, mi dispiace lo confermo, io proprio non lo capisco. Mi ci metto di tigna sopra a quel Tlon Uqbar Orbis Tertius e lo leggo e lo rileggo che di certo l’inizio: “Debbo la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e di un’enciclopedia” non  mi pare affatto male. Non è male per niente come non è male per niente il detto memorabile “lo specchio e la copula sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini”. Di questo Borges io ci capisco poco, ma che scrive bene, lo si capisce eccome. Eppure qui non si tratta solo di questo. Qui ogni parola può avere un preciso senso, un richiamo, un’eco, un’origine e che sia collocata qui piuttosto che lì è perché c’è un motivo e quel motivo è nascosto dietro la riga della frase che si nasconde nelle pagine e tratteggia, tra queste, labirinti e scatole cinesi, stanze magiche, città e pianeti che non esistono ma esistono, infilati in enciclopedie che non esistono ma esistono. Insomma un rompicapo da rompersi il capo che poi anche se il filo poi lo seguo perché me lo sbriglio nelle letture e nelle riletture, mi resta comunque il punto interrogativo prestampato sull’iride come il dollaro di zio Paperone e con l’aria di un pesce sufficientemente fuor d’acqua,  mi chiedo cosa mai abbia voluto dire e raccontare e perché, perché, perché io che l’intelligenza ce l’avrò quantomeno media, di fronte a queste cose me la sento una finzione come le finzioni di quei racconti lì che lui racconta. Intanto che ci annaspo sopra, mi sovvengono passi più che giorni. Quelli miei con la testa china a guardare l’asfalto. Era il 2019 e i tempi, a parte qualche vago cattivo presagio, erano ancora poco sospetti. Certamente la vita stazionava in un concetto ormai ex contemporaneo. Mi rimbalzavano contro il realismo visionario, quello poetico e tanto per gradire finanche quello di Borges magico. Un percorso a ostacoli tra le suggestioni sotterranee dei miei percorsi metropolitani, in quei vagoni affollati, appoggiata alla gente stretta stretta. Era una sensazione quasi leggera, quasi quasi di aleggiare nell’Iperuranio dove non si poteva cadere, nemmeno per le frenate degli autisti un pò nervosi. La calca ti sorreggeva, la folla indistinta dell’umanità umana ti manteneva. In equilibrio tra le sue mille facce brutte da metropolitana, illuminate brutalmente dalla brutta luce fredda del neon. Chilometri di tempo fa rispetto a questa vita solitaria, in cui l’altro non mi sorregge e rischio continuamente di cadere, per le frenate dell’autista nervoso, alla guida cieca di questa mia nuova vita.  

Disegno di Stefania Mirra

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