Mio nonno era un uomo di altri tempi. Era sempre vestito bene, profumato, pettinato. Credo di non averlo mai visto scomposto, nemmeno quando dormiva. Aveva occhi blu, diversi dal resto della famiglia dove predominava l’azzurro. Era un uomo mite, lo ricordo sempre un passo indietro a mia nonna. Lo mandava a fare la spesa alla piazza, il mercato coperto di Campobasso, e quando tornava, ogni cosa che aveva comprato, sottoposto al suo vaglio, non andava mai bene. Lo chiamava Giovannino ed era piuttosto dura con lui che quando ci penso mi viene sempre un po’ di commozione. Quando usciva aveva un cappotto e un cappello tipo Borsalino. Al ritorno li appendeva mesto all’attaccapanni per il corridoio e se ne andava in soggiorno, si sedeva al tavolo e cominciava a mischiare il mazzo delle sue carte napoletane. Se ne stava così a guardare fuori dal balcone mentre seduto al tavolo mischiava e rimischiava lentamente le carte prima di sistemarle per i suoi solitari.  Ci cantava sempre delle canzoncine quando noi nipoti eravamo piccolini: “O che bel castello”, “Madamadorè” o le filastrocche tipo “Tre civette sul comò”. Guardava una telenovela sudamericana e si entusiasmava parecchio quando parlava di uno dei personaggi femminili che, a suo dire, difendeva l’onore a spada tratta. Mi pare si chiamasse Topazio e ne parlava quasi fosse una persona reale, una brava persona da cui trarre esempio mentre io, scellerata, gli portavo a casa il mio fidanzato di allora che non era di Campobasso e lui se ne andava su tutte le furie perché non si poteva risalire a chi appartenesse, cioè da che famiglia proveniva.

Mio nonno aiutava mia nonna in tutte le faccende domestiche. Gran peso ricoprivano di queste la cucina e il mangiare ma anche rifare il letto matrimoniale. Questa non era un’operazione normale ma piuttosto straordinaria anche se veniva fatta scrupolosamente ogni santo giorno. Insomma, mia nonna e mio nonno rifacevano il letto matrimoniale come se non ci fosse stato un domani. Scoprivano il materasso, lo alzavano, lo lasciavano a lungo a prendere aria la mattina. Seguiva poi la battitura e dopo che tutti gli acari erano stati fatti fuori, si procedeva alla sistemazione delle lenzuola. Queste dovevano essere rigorosamente pulite, profumate e, soprattutto, stirate. Sul letto non doveva esistere la minima arricciatura o piegolina o imperfezione. Si passava allora ai cuscini, anche questi da sbattere in maniera da cancellare ogni più piccola traccia della notte trascorsa e infine alle coperte che religiosamente chiudevano le operazioni e il letto,  sospendendolo in una condizione sacra che non doveva essere nemmeno per sbaglio sfiorata se non a rischio di profanazione. Sul letto dei miei nonni non ci si poteva sedere. Era possibile avvicinarcisi solo per dormire, quando mio nonno andava a fare le terme a Castellammare di Stabia d’estate e noi nipoti ci alternavamo per fare compagnia a mia nonna la notte.

Per mia nonna la cucina era una questione naturale di vita o di morte e il suo amore per noi nipoti  era una roba tangibile e odorabile. Era qualcosa che si poteva guardare, mordere, masticare. La domenica  raggiungeva la sua massima espressione nei bucatini. Li cucinava in anticipo, li condiva con il sugo e il parmigiano e li manteneva poi così a bagnomaria in maniera che quelli si insaporissero meglio. L’amore di mia nonna profumava di bucatini al sugo e polpette e quando andavo da lei a dormire per farle compagnia me lo faceva ritrovare tutto bello e sistemato in un tegamino di alluminio, uno di quelli piccoli con i manici ai lati con la coscetta di pollo al pomodoro. Erano gli anni ottanta, erano sere d’estate e penso di averla intravista allora la vera felicità. Aveva la faccia di quel tegamino con la coscetta di pollo al pomodoro, le movenze di una Madonna agli esordi che si scalmanava in balletti entusiasmanti e dalla televisione urlava il suo famoso siete caldi italiano in uno dei suoi primi concerti e il profumo delle lenzuola del letto dei miei nonni che mi avvolgeva di notte mentre con la testa adagiata sui cuscini gonfi, dalla serranda abbassata a metà, la luce dei lampioni entrava da Via XXV Aprile, con il rumore in sottofondo di qualche macchina di passaggio.

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5 thoughts on “Nonni”

  1. La felicità era tutta lì nelle cose semplici di una vita a semplice che noi abbiamo avuto la fortuna di vivere grazie ai nostri nonni.

  2. Cara Ale, leggendo questo tuo ricordo mi hai fatto ripensare alla mia più lontana infanzia e alla nonna paterna con cui vivevamo. Mi sono riaffiorati alla memoria momenti di vita quotidiana quando con mio fratello, più piccolo di me, rimanevamo con nonna a casa la sera, magari perchè i nostri genitori uscivano, e dopo cena si andava a dormire nel suo letto grande al caldo dei ferri avvolti nelle pezze di lana (il termosifone è arrivato qualche anno dopo). Era una festa.

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